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In sala “Omicidio nel West End” e “Siccità”, su Sky l’attesa miniserie “This England” con Kenneth Branagh

Tra realismo ed evasione. Oscillano su questo binario le proposte del primo weekend di ottobre al cinema e in Tv. Anzitutto in sala il giallo a tinte comiche, dall’iconica atmosfera inglese, “Omicidio nel West End” di Tom George, con un cast hollywoodiano di richiamo come Sam Rockwell e Saoirse Ronan. Un omaggio al mondo del teatro britannico, all’offerta culturale del West End, così come alla letteratura “Murder mystery” di Agatha Christie. Da Venezia79 arriva al cinema “Siccità” di Paolo Virzì, commedia nera a pennellate drammatiche che ruota su un cast corale. Infine, su Sky e Now la miniserie “This England” diretta e co-sceneggiata da Michael Winterbottom, con Kenneth Branagh nei panni dell’ex premier britannico Boris Johnson. Racconto drammatico del deflagrare della pandemia da Covid-19 nel Regno Unito, unito a un’acuta e graffiante analisi dei provvedimenti del governo Johnson. Il punto Cnvf-Sir.

“Omicidio nel West End” (al cinema)
Un film appetitoso, per gli amanti degli intrighi sofisticati in stile Agatha Christie, narrati con brio. Parliamo di “Omicidio nel West End” (“See How They Run”), la prima regia cinematografica di Tom George – apprezzato per la serie comica “This Country”, incoronata ai Bafta – su sceneggiatura di Mark Chappell (“Appunti di un giovane medico”, “Flaked”).

La storia. Londra anni ’50, nella centrale zona del West End, dove risiede il meglio dell’offerta del teatro inglese, va in scena il giallo “Trappola per topi” di Agatha Christie. Quando il regista hollywoodiano Leo Kopernick (Adrien Brody), incaricato dell’adattamento del soggetto per il grande schermo, viene trovato morto nei camerini del teatro, si apre la caccia all’assassino. L’intero cast di “Trappola per topi” finisce nella lista dei sospetti. A guidare le indagini sono l’ispettore Stoppard (Sam Rockwell), veterano a Scotland Yard con problemi però di alcolismo, e la sgomitante recluta Stalker (Saoirse Ronan).

(From L-R): Ruth WIlson, Reece Shearsmith, Harris Dickinson, Sian Clifford, Pearl Chanda, Jacob Fortune Lloyd, David Oyelowo and Ania Marson in the film SEE HOW THEY RUN. Photo by Parisa Taghizadeh. Courtesy of Searchlight Pictures. © 2022 20th Century Studios All Rights Reserved

È quasi un’istituzione nell’ambiente londinese “The Mousetrap”, “Trappola per topi”, testo teatrale dalla regina del giallo, Agatha Christie, un intrigo poliziesco con sfumature da commedia che prende le mosse da un radio-drama. Lo spettacolo è stato messo in scena per ben 68 anni consecutivi, dall’ottobre 1952, registrando un’interruzione solo nel 2020 per il Covid. L’adattamento cinematografico avviene sotto la bandiera a stelle e strisce della Walt Disney Company, attraverso la sussidiaria Searchlight, garanzia di mezzi e qualità. La resa è infatti suggestiva e accurata, tanto per costumi e scenografia, con splendide ricostruzioni di ambientazioni londinesi anni ’50, quanto per il coinvolgimento di attori di primo piano come i premi Oscar Sam Rockwell (“Tre manifesti a Ebbing, Missouri”) e Adrien Brody (“Il Pianista”), la più volte candidata all’Oscar Saoirse Ronan (“Piccole donne”, “Brooklyn”) e la sempre brava Ruth Wilson ( “His Dark Materials”, “The Affair”).

La regia di Tom George marcia spedita, alternando citazioni teatrali, letterarie e cinematografiche, regalando pertanto un mix godibile e raffinato, segnato da brillante umorismo di matrice nera. Al di là di qualche lungaggine o sottolineatura di troppo, a ben vedere le soluzioni narrative messe in campo risultano fin troppo riconducibili all’inconfondibile stile di Wes Anderson, ai suoi spumeggianti “Moonrise Kingdom”, “Grand Budapest Hotel” e “The French Dispatch”. L’esordio di George è comunque valido, contando anche sul fatto che il tempo lo aiuterà di certo a raffinare la sua marca stilistico-narrativa. Nell’insieme “Omicidio nel West End” è un’opera che affascina e coinvolge a più livelli, sia per l’intrigo giallo che per la ricercatezza delle citazioni, candidandosi pertanto a essere un buon titolo di frizzante e dotta evasione. Consigliabile, brillante, per dibattiti.

“Siccità” (al cinema)
Molti addetti ai lavori, a Venezia79, si sono chiesti perché Paolo Virzì non fosse in Concorso con “Siccità”, riuscita commedia nera di stampo sociale. L’autore livornese mette infatti a segno un’opera compatta e di grande intensità, gestendo con arguzia e raffinatezza le microstorie che popolano tale film corale. Come protagonisti Virzì ha chiamato a raccolta i suoi attori di riferimento, conosciuti in trent’anni di carriera: Claudia Pandolfi, Silvio Orlando, Valerio Mastandrea, Monica Bellucci, Max Tortora, Elena Lietti, Tommaso Ragno, Vinicio Marchioni, Emanuela Fanelli e Sara Serraiocco.

La storia. Roma, oggi. Da tempo non piove e tutto è secco, arido, compreso il fiume Tevere. In più la Capitale è messa sotto stress da un’infezione batterica che sta portando gli ospedali al collasso. In questo scenario tragico e quasi apocalittico si intrecciano le vite di donne e uomini, adulti e adolescenti, che provano ad aggirare gli ostacoli di un clima impazzito e al contempo ad affrontare gli irrisolti personali, a cominciare dalle relazioni affettive…

(Credits Greta De Lazzaris)

L’idea è nata dal confronto tra il regista livornese e Paolo Giordano, sceneggiata poi dai due insieme a Francesca Archibugi e Francesco Piccolo. “Siccità” rivela un ottimo Paolo Virzì, quello ricollegabile a titoli di grande efficacia, dal taglio dolce e feroce, come “Ferie d’agosto”, “Ovosodo”, “Caterina va in città” e “La pazza gioia”. La scommessa di “Siccità” (in termini di plot, soggetto) era indubbiamente audace, ma alla fine la realtà sembra aver superato la finzione, dinanzi a un’estate 2022 fuori controllo a livello climatico. Nello specifico, nel racconto si dipana un’umanità stanca e tragica, in cerca di conforto. “Una galleria di personaggi – racconta Virzì – ugualmente innocenti e colpevoli, un’umanità spaventata, affannata, afflitta dall’aridità delle relazioni, malata di vanità, mitomania, rabbia, che attraversa una città dal passato glorioso come Roma, che si sta sgretolando e ‘muore di sete e di sonno’”.

Virzì riesce dunque nell’impresa, forte di un copione misurato e compatto, senza sbavature, corroborato da tanti bravi interpreti in parte, tutti generosi nel condividere sfumature intense, sul filo tra tenerezza e disperazione. “Siccità” è un film che marcia serrato e coinvolgente, persino toccante per i temi che sfiora con grazia tragica, regalando un campionario umano sfibrato ma desideroso in un certo senso di riconciliazione. Consigliabile, problematico, per dibattiti.

“This England” (dal 30 settembre su Sky e Now)
Boris Johnson e il Covid-19. Sono i due protagonisti dell’intensa miniserie “This England” firmata Michael Winterbottom, con protagonista uno sbalorditivo Kenneth Branagh nei panni dell’ex premier britannico. A produrre è Sky Studios, Fremantle e Passenger, in onda sui canali Sky e la piattaforma Now dal 30 settembre.

La serie mette in parallelo lo sfogare della pandemia nei primi mesi del 2020 con le scelte compiute dal governo inglese a guida Boris Johnson (in carica dal luglio 2019 al settembre 2022). Il racconto alterna quindi il serpeggiare del virus, la crescente vulnerabilità di ospedali, case di riposo per anziani e famiglie, con le riunioni di gabinetto al n. 10 di Downing Street, compresi i raccordi familiari a corrente alternata tra Johnson e la moglie Carrie Symonds. Quadri visivi che amplificano il cortocircuito narrativo, il dover assistere contestualmente alle sofferenze della comunità e ai vizi-virtù di casa Johnson.

Picture shows: Carrie (OPHELIA LOVIBOND) and Prime Minister Boris Johnson (KENNETH BRANAGH)

La mimesi fisica-interpretativa di Kenneth Branagh è acuta, meticolosa, abile nel tenersi lontana da svolte macchiettistiche; rendendo tutta la complessità del leader conservatore, un uomo di certo assai intelligente e colto – nella serie cita continuamente i classici latini come pure Shakespeare – ma anche capace di incappare in vertigini egocentriche dinanzi a un Paese in affanno. Più che il ritratto asciutto, a tratti tagliente, del leader britannico, la miniserie dà conto in verità della grande tragedia umana che ha piegato il Regno Unito, tutta la brutalità del Covid-19 che ha mietuto migliaia di vite, giovani e adulte. Tra spaccato sociali e processo di elaborazione di un lutto collettivo, la serie “This England” risulta consigliabile, problematica, per dibattiti. Per un pubblico adulto.

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Bulgaria al voto in piena crisi economica. Grigorov: “Sarà difficile formare un governo”

Un parlamento frammentato in sei partiti ed eventuale governo di larga coalizione: è ciò che attende la Bulgaria dalle elezioni politiche che si svolgeranno domani, domenica 2 ottobre, dopo le dimissioni del governo di coalizione di Kiril Petkov avvenute in estate. Tutto questo in piena alla crisi economica che sta colpendo il più povero Paese membro dell’Ue. Il precedente governo riformista ha avuto una vita molto breve, di soli sei mesi. In questo periodo, fra l’altro, la Bulgaria si è schierata apertamente contro l’aggressione della Russia ai danni dell’Ucraina.

Gerb torna primo partito? Gli ultimi sondaggi indicano Gerb, partito dello storico leader Boyko Borissov, come prima formazione politica con il 23,7% dei consensi. Ma questo partito viene accusato da molti degli attori politici di aver favorito la corruzione durante i 12 anni al potere. Secondo partito nei sondaggi è il movimento riformista dell’ex premier Petkov “Continuiamo il cambiamento”, con il 16,9% delle preferenze, mentre il partito della minoranza turca avrebbe il 12,0% e quello dei socialisti il 9,9%. Elevato il probabile risultato per il partito filorusso “Risorgimento” con l’8,7%, mentre l’ultimo partito sopra la soglia di sbarramento al 4% sarebbe “Bulgaria democratica” con 7,8%. Secondo l’analista politico Assen Grigorov interpellato dal Sir, il problema principale dell’élite politica in Bulgaria è “come sradicare la corruzione che dilaga nel Paese mentre i nuovi partiti come ‘Continuiamo il cambiamento’ devono ancora costruire una propria base di elettori”. A suo avviso, “con un consenso diffuso la società aveva intrapreso la strada di un cambiamento del modello di governo rispetto agli ultimi dieci anni, ma questa energia e questo slancio sono ora diminuiti”. Il governo aveva aumentato le pensioni e gli stipendi pubblici, ma la coalizione di quattro partiti “era molto fragile e la gente si aspettava risultati”.

L’inflazione e il conflitto in Ucraina. Un grande ruolo nella campagna hanno avuto l’inflazione alle stelle e il conflitto in Ucraina, che hanno destato parecchia preoccupazione tra i bulgari. “La gente ha bisogno di sicurezza e stabilità in mezzo alle crisi in corso. L’inflazione annuale è quasi al 20% con i costi dell’energia in continuo aumento e l’incognita se ci saranno forniture di gas dopo il taglio delle forniture da parte della Russia”, racconta Emanuil Patashev, segretario generale della Caritas in Bulgaria. Il quale rileva “che a differenza degli altri Paesi, qui già ci sono parecchi poveri e l’instabilità politica che si prospetta dopo il voto non promette niente di buono”. Secondo l’analista Grigorov, invece, “il fatto che nella campagna elettorale il gas sia diventato attore principale non è casuale, perché in Bulgaria non è molto diffuso l’utilizzo del gas, mentre molte persone usano la legna come fonte per il riscaldamento e dunque la preoccupazione è eccessiva”. In questo vede “l’influenza russa da sempre presente a Sofia, che però prima era più timida e più nascosta, mentre ora si presenta apertamente anche con il partito filorusso Risorgimento”. Grigorov si rammarica dal fatto che negli ultimi 30 anni, dopo la caduta del comunismo in Bulgaria, “non si sono istaurate le basi di una società civile forte, dello stato di diritto e gli altri valori base dell’Ue”. “La maggior parte dei media bulgari non sono liberi ma soggetti a finanziamenti occulti”, rileva, ed essi “contribuiscono a formare il parere delle persone”.

Forte astensione. Dopo quattro elezioni negli ultimi due anni, dice Grigorov, “la gente si sente stufa della politica e non intende occuparsene, senza capire che partecipare alle elezioni rappresenta una responsabilità nei confronti della società”. Infatti ci si aspetta un’affluenza alle urne non oltre il 40%, anche se “per la Bulgaria – rileva l’analista politico – è un fenomeno normale”.

Quale governo? “Ci sono diversi scenari: o Gerb riuscirà a formare una coalizione – spiega Grigorov – e governerà senza durare a lungo, o il governo sarà formato dalla coalizione di prima”, ossia il movimento riformista “Continuiamo il cambiamento”, con i socialisti e i democratici. L’analista prevede anche “la possibilità che non si riesca a formare un governo e allora il Presidente della Repubblica dovrà nominare un governo tecnico e indire nuove elezioni”. Anche il segretario generale della Caritas Emanuil Patashev non crede “che dopo le elezioni sarà chiaro lo scenario che aspetta i bulgari”. “Il costo delle bollette, degli alimentari, del riscaldamento: ci sono troppo incognite che preoccupano le persone – racconta – e servirebbe un governo stabile che possa aiutare a risolvere i problemi”.

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Elezioni in Bosnia-Erzegovina: Paese diviso, tornano i fantasmi del nazionalismo

Elezioni generali, sia presidenziali che parlamentari, si svolgeranno domani, 2 ottobre, in Bosnia-Erzegovina in un momento particolare per il Paese balcanico: l’alto rappresentante internazionale a Sarajevo, Christian Schmidt, ha parlato della “più grave crisi dalla fine della guerra nel 1995”. Circa 3,4 milioni di persone potranno recarsi alle urne per eleggere i tre membri – serbo, croato e bosgnacco (musulmani bosniaci) – della presidenza tripartita che rappresentano i cosiddetti “popoli costitutivi” del Paese. Si voterà anche per i membri del parlamento a livello nazionale, regionale e cantonale. La Bosnia-Erzegovina è composta da due regioni autonome, la Repubblica serba e la Federazione Bosnia-Erzegovina dei bosgnacchi e croati.

Le sfida in corso. “La Bosnia-Erzegovina è stata sempre di fronte alla sfida del futuro, ma ultimamente le voci nazionaliste all’interno di questo già complicato Paese sono aumentate tantissimo, mettendo a rischio l’integrità e la pace in questa zona martoriata”, spiega al Sir l’esperto dei Balcani Nikolay Krastev. La prima sfida di queste elezioni, dunque, è quella di individuare il membro croato della presidenza. Da tempo i croati, per lo più i nazionalisti dell’Unione democratica croata (Hdz), partito gemello di quello al potere a Zagabria, contestano il fatto che il membro croato della presidenza venga eletto invece dai bosgnacchi perché più numerosi. Mentre i serbi eleggono solo il rappresentante serbo, i bosgnacchi e i croati votano per i candidati provenienti da ambedue le etnie. “Per questo i croati, che sono circa il 22,4% della popolazione della federazione, insistono su un cambiamento della legge elettorale”, afferma Krastev. Il candidato dei nazionalisti, infatti, è Borjana Kristo, mentre l’altro pretendente croato, attualmente uno dei membri della presidenza, è il progressista Zeljko Komsic, del Fronte democratico, un partito multietnico e socialdemocratico che metterebbe la rappresentanza su base etnica in secondo piano.

Il separatista di Putin. Dalla parte serba il nodo non riguarda il membro della presidenza, quanto il presidente della Repubblica serba, carica a cui ambisce il nazionalista Milorad Dodik, grande sostenitore di Valdimir Putin e della guerra in Ucraina. “Dodik è ipercritico nei confronti dell’Ue sostenendo che genera più problemi che soluzioni ed è sostenuto attivamente dalla Russia”, rileva Krastev, alludendo alle posizioni separatiste di Dodik che da tempo vuole separare la Repubblica serba dalla Bosnia-Erzegovina e annetterla a Belgrado”. “In verità – aggiunge – Dodik è più amato a Mosca che a Belgrado perché non è chiaro se la Serbia vorrà accettare l’annessione, che intralcerebbe il suo cammino europeo, ma la realtà è che i nazionalismi sono tornati fortissimi in tutti i Balcani e la guerra in Ucraina ha turbato molto gli animi”. I candidati serbi alla presidenza nazionale sono invece la fedelissima di Dodik, Zeljka Cvijanovic del Sdns e Mirko Sarovic dell’opposizione di Sds.

I bosgnacchi, il popolo più numeroso. Qui lo scontro è tra Bakir Izetbegovic del Partito di azione democratica (Sda), il maggiore partito musulmano, e Denis Becirovic, del partito socialdemocratico Sdp, appoggiato da 11 formazioni civiche. “In questo contesto molto complesso, le voci dei riformisti che vorrebbero modernizzare l’economia e migliorare lo Stato di diritto, appaiono molto deboli”, rileva Krastev. “Tutta la campagna elettorale si è concentrata sulla retorica nazionalista mentre i problemi reali sono l’inflazione crescente, l’emigrazione, come anche la necessità di leggi per alleggerire le tasse e combattere la criminalità organizzata”.

L’invito dei vescovi cattolici. La Conferenza episcopale del Paese ha ricordato in un suo comunicato che “nello spirito della dottrina sociale della Chiesa, i vescovi invitano tutti ad essere responsabili nei confronti della società”. Inoltre, “vengono incoraggiati la prudenza e la pace in questo periodo prima delle elezioni e quindi anche la partecipazione responsabile al voto”. Riguardo le elezioni si è pronunciato anche il Consiglio permanente della Conferenza episcopale, per “invitare tutti i fedeli cattolici ad essere responsabili nei confronti della società in cui vivono” e di “recarsi alle urne per esprimere il proprio voto, in libertà e secondo la propria coscienza, scegliendo persone e programmi che ritengono conformi agli insegnamenti della Chiesa cattolica”. I vescovi della Bosnia-Erzegovina invitano tutti i cittadini “a rispettare con coerenza i diritti individuali di ogni persona e quelli di ogni popolo”.

Tornano le paure… L’aria che tira ricorda gli anni prima della guerra. “Molto probabilmente le forze nazionaliste prevarranno – afferma Krastev – e questo comporterà una serie di problemi. I croati cercheranno di bloccare il governo federale e di separarsi in un’entità autonoma. Se vincesse Dodik aumenterebbe le sue richieste separatiste”. E aggiunge: “Le parole di Dodik infatti hanno risvegliato le paure anche tra i bosgnacchi, i più colpiti dalla guerra del 1992-95. Ora, la situazione ricorda molto gli anni pima della guerra, esplosa dopo il voto dei bosgnacchi e dei croati che volevano separarsi dalla Jugoslavia, dominata dai serbi”. Paure che vengono condivise dall’Ue che ha duplicato le forze dell’Eufor nel Paese.

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Adozioni internazionali a picco. Bernicchi (esperta): “Paesi chiusi, tempi lunghi, fecondazione assistita”

Adozioni internazionali a picco. Dai 4.310 bambini adottati da coppie italiane nel 2010 ai 1.205 del 2019, fino ai 680 del 2021. Nei primi sei mesi del 2022, al 30 giugno sono 273 le procedure realizzate. “Un numero impressionante in negativo se raffrontato con il numero delle coppie in carico agli Enti autorizzati che sono 2.675”, commenta al Sir Cinzia Bernicchi, esperta di adozione internazionale e consulente dell’associazione Aibi – Amici dei bambini.

Dottoressa, un trend in caduta libera, e non da ieri. Che sta succedendo?

Il problema principale è lo stop di Paesi importanti nei rapporti con l’Italia.

Primo fra tutti la Repubblica popolare cinese che dall’inizio della pandemia non ha più fatto concludere un’adozione. Molti minori venivano da lì e diverse coppie sono ancora in attesa. Anche Federazione russa e Ucraina sono bacini significativi ma la guerra ha complicato tutto. L’Ucraina ha emesso qualche sentenza di adozione utilizzando piattaforme a distanza e un interprete; la Federazione russa continua a lavorare, ma con il contagocce, anche perché con il blocco dei voli diretti per Mosca le coppie devono raggiungere il Paese facendo scalo a Dubai con un notevole aumento dei costi di trasferimento. Che si aggiungono agli altri della procedura. Ungheria, Bulgaria, Moldova continuano a far venire bambini mentre la Bielorussia – ma lì si tratta di un problema politico – non ha più fatto arrivare nessuno dei minori che godevano dell’ospitalità temporanea estiva e/o invernale. Stiamo aspettando che riparta un Paese importante come la Cambogia, ferma da moltissimi anni, ma i tempi sono sempre troppo lunghi per i bambini che intanto crescono.

Appunto, oltre ai costi a scoraggiare le coppie sono anche i tempi lunghi…

Si tratta di percorsi complessi che possono durare anche 4 o 5 anni.

Qual è l’età media dei bambini?
Oggi si aggira intorno agli otto anni; oltre il 70% sono minori special needs che non tutte le coppie si sentono di accogliere.

Che cosa si intende per special needs?
La definizione del Permanent Bureau de L’Aja prevede tre categorie. La prima include bambini al di sopra dei sette anni di età – e se l’età media è intorno agli otto anni lo sono tutti –; la seconda si riferisce a gruppi di fratelli a partire da tre; l’ultima comprende minori con problemi di salute, disabilità fisiche e/o mentali, ed è la categoria più numerosa.

Le famiglie italiane che risposte danno di fronte a queste situazioni?
La famiglia italiana è molto accogliente rispetto a quella di altri Paesi. Noi accogliamo un gran numero di special needs. Naturalmente questo richiede un grande impegno nell’accompagnare le famiglie che adottano bimbi con problemi sanitari, anche perché un conto è essere informati del problema del bambino a distanza, sulla carta; diverso è quando si incontrano. Nella maggior parte dei casi, al momento della conoscenza le paure scompaiono.

Nel 2019 sono nati 14mila bambini in Italia con la procreazione medicalmente assistita. Questa procedura può essere una delle cause del crollo delle adozioni?
Ha certamente influenzato il trend. Lo vediamo anche noi operatori leggendo le relazioni delle coppie che arrivano da noi per conferirci l’incarico per portare a termine la procedura di adozione. La maggior parte di loro ha tentato i percorsi di fecondazione assistita come prima via per avere un figlio. In caso di insuccesso si sono rivolti all’adozione.

Che tipo di accompagnamento e sostegno offrite durante l’iter di adozione?
Il percorso è molto complesso; prevediamo momenti formativi e informativi prima di accogliere l’incarico della coppia che deve rendersi conto bene di chi siamo e di come lavoriamo. Anche noi dobbiamo capire se questa coppia è veramente una risorsa per i bambini che ci vengono segnalati. Oltre alla fase di informazione e formazione preliminare al conferimento dell’incarico, c’è una parte di accompagnamento durante il tempo dell’attesa che può riguardare approfondimenti tematici specifici, come ad esempio bambini più grandi, gruppi di fratelli, situazioni sanitarie complesse, ma anche abuso e maltrattamento, particolarmente diffuso in Sudamerica in qualche paese dell’est Europa. Su richiesta della coppia, nel periodo successivo all’ingresso in Italia con il bambino, è previsto un percorso di accompagnamento. In ogni caso siamo sempre a disposizione per consulenze individuali al bisogno.

La legge di riferimento per l’adozione è la 184/83; per le adozioni internazionali si fa riferimento alla 476/98, legge di ratifica della Convenzione de L’Aja. Dopo più di vent’anni è ancora valida o andrebbe aggiornata?
Da noi la 476/98 è entrata in vigore nel 2000, ma in più di 20 anni sono cambiati bambini e famiglie; qualche ritocco sarebbe necessario, è una legge datata.

Le due prime modifiche necessarie che le vengono in mente?
Bisognerebbe rivedere il significato di idoneità, se deve essere di tipo giudiziario come è attualmente, o se è preferibile immaginare un’idoneità di tipo amministrativo in cui i servizi si mettano al fianco delle famiglie e le seguano in un altro modo. Ma occorre anche verificare i rapporti tra i soggetti delle azioni inerenti le adozioni internazionali. Nel 2000 si parlava delle quattro gambe del tavolo: la Commissione adozioni internazionali (Cai), i Tribunali per i minorenni, i Servizi sociosanitari e gli Enti autorizzati. Adesso nella Cai sono presenti anche commissari delle associazioni familiari. Altri soggetti importanti la scuola, molto sollecitata negli anni dalle istituzioni, e l’Associazione italiana di pediatria che si è messa a disposizione.

Come vede il futuro delle adozioni internazionali?
Non torneremo ai numeri del passato perché è cambiato il mondo. Nei Paesi c’è meno disponibilità di bambini al di sotto di una certa fascia d’età.

I minori adottabili sono molto numerosi ma è complesso trovare una famiglia disposta ad accogliere un quattordicenne.

Non vogliamo far morire l’adozione internazionale; ci stiamo impegnando tutti per la sua ripresa perché ogni bambino ha diritto ad una famiglia che lo ami.

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A Rebibbia la scuola in carcere per crescere ed imparare un mestiere, ma anche per diventare cercatori di stelle

Nell’anno scolastico 2021-2022 è stato alla guida dell’Istituto superiore John Von Neumann, istituto tecnico romano con una sede all’interno del carcere di Rebibbia; lo scorso primo settembre ha passato la mano ad un collega ma continua a seguire con passione il tema dell’istruzione carceraria, convinto che la detenzione “non abbia solo scopo punitivo”, ma debba servire a “formare persone più mature e consapevoli del loro essere cittadini”. Peculiarità del Von Neumann, ci spiega il dirigente scolastico Giovanni Cogliandro, “è l’avere in gestione la scuola superiore nelle quattro istituzioni carcerarie di Rebibbia: il Nuovo complesso, la più affollata con oltre mille detenuti dall’alta sicurezza ai reati comuni; il Carcere femminile; la Casa di reclusione che accoglie condannati in via definitiva per gravi reati a pene anche molto lunghe; la Terza Casa, realtà innovativa, dedicata alla custodia attenuata di chi ha scelto di partecipare a iniziative formative organizzate dalla direzione”. All’interno del penitenziario vi sono anche un Istituto artistico e un agrario, ma il Von Neumann – tre indirizzi: tecnico industriale, professionale servizi commerciali, perito informatico – è l’unico ad essere presente nelle quattro realtà carcerarie, e con i suoi 550 studenti (260 solo al Nuovo complesso) è la scuola in carcere grande d’Italia, attiva dagli anni ’70. Tra i suoi docenti, da oltre 25 anni lo scrittore Edoardo Albinati.

“La scuola in carcere è bellissima, ma ha molti problemi,

si lavora in condizioni limite con carenza di mezzi e di spazi perché il tema dell’istruzione carceraria non è abbastanza considerato nel nostro Paese”,

afferma senza giri di parole Cogliandro, raccontando di difficoltà con l’amministrazione penitenziaria, pur essendo un dirigente scolastico e quindi avendone diritto, ad entrare nelle quattro realtà detentive. “Chi ha commesso un reato è giusto stia in carcere, ma se riteniamo che la scuola sia la più importante delle attività educative dovrebbe essere messa in condizioni di operare”, sostiene, raccontando invece di “aule anguste, buie, inospitali” e di motivi, “a volte incomprensibili, per i quali non si consente ai reclusi di andare a lezione”. Durante il picco pandemico, osserva, “si sarebbe potuto organizzare un sistema di didattica a circuito chiuso, invece i detenuti sono stati fermi un anno, totalmente descolarizzati”. Eppure, insiste,

“la funzione del carcere non è solo punitiva: l’obiettivo dovrebbe essere quello del reinserimento sociale formando persone più mature e consapevoli del loro essere cittadini. Se siamo convinti di questo, un’Amministrazione penitenziaria non dovrebbe maltrattare l’istituzione scolastica”.

Come funziona concretamente la scuola? “L’orario rispecchia quello degli studenti esterni, ma le lezioni iniziano a metà ottobre e finiscono a fine maggio”. Un ostacolo alla continuità didattica, sottolinea ancora il dirigente, è costituito dai trasferimenti da un carcere all’altro, “per le più svariate esigenze, una o anche due volte l’anno. Una prassi che mina la qualità e la continuità della formazione, oltre a destabilizzare i detenuti dal punto di vista psicologico e mentale”.

Forse non tutti immaginano che anche in carcere si possano incontrare persone con menti brillanti e desiderose di approfondire e crescere culturalmente. Perché, si chiede Cogliandro, ai reclusi viene offerta solo un’istruzione tecnico-professionale e nessuno pensa all’istituzione di un liceo, classico e scientifico? “Lo scorso ottobre sono state avviate interlocuzioni con i ministeri della Giustizia e dell’Istruzione per inserire anche i licei nell’offerta formativa – ci racconta –. Ne ho parlato anche con il nostro direttore generale e mi ha detto che se l’Amministrazione penitenziaria lo richiedesse, se ci fossero almeno 15-20 studenti si potrebbe partire”. Sì, perché gli ergastolani, spiega, non hanno bisogno di una formazione tecnica:

“studiano per il piacere di studiare”.

“Chi deve scontare lunghe pene uscirà in età anziana e quindi non mira al reinserimento sociale e lavorativo. Alcuni nostri ex allievi, che io chiamo ‘gli accademici’, si sono laureati in filosofia, lettere, giurisprudenza, economia, matematica, alcuni sono plurilaureati.

Quando la mente umana si adegua ad una situazione di isolamento e solitudine, o si abbrutisce, o assume un atteggiamento di profondità interiore curiosamente simile a quello dei monaci certosini, pur nella fondamentale differenza tra reclusione imposta per l’aver commesso un reato, o liberamente scelta”.

Ed è proprio la forte motivazione allo studio ad avere spinto “gli accademici” a condividere la propria esperienza in un volume collettivo per il quale hanno scelto il titolo di “Naufraghi in cerca di una stella”, perché “così si sentono”, spiega Cogliandro; sottotitolo “Un esperimento di pratica filosofica in carcere” perché si tratta del “primo esito della scuola di filosofia in carcere avviata da Emilio Baccarini, docente emerito di filosofia all’Università di Tor Vergata e curatore del volume”. Un libro nel quale si raccontano come persone ed esprimono il desiderio di insegnare; “ambizione che, con l’autorizzazione della Direzione carceraria, potrebbe realizzarsi all’interno del penitenziario a favore dei compagni”.

A Rebibbia esiste anche un “giornale di Istituto”. Si tratta di “Newsmann”, curato dai docenti della scuola che hanno coinvolto anche i detenuti che, con il solo nome o uno pseudonimo, firmano da un terzo a metà dei contributi pubblicati: “Testi di riflessione e poesie che esprimono l’anelito ad una vita diversa, belli e profondi”. Altri si esprimono attraverso la pittura o organizzano tra loro gruppi di lettura.

“Ogni attività formativa costituisce uno stimolo per cambiare, per crescere, in qualche caso anche per aprirsi alla spiritualità”,

conclude Cogliandro sottolineando che oltre alla presenza del cappellano cattolico, su sua iniziativa sono stati avviati, per chi ne fa richiesta, corsi guidati da due autorevoli maestri di meditazione individuati tramite la Pontificia Università Gregoriana presso la quale il dirigente scolastico si è occupato di mondo buddhista.

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Afghanistan: attentato a Kabul. Najafi (scrittore), “studenti vittime sono martiri a causa dell’amore per la cultura”

“Un orrore! Ancora una volta hanno voluto colpire scuole, luoghi del sapere e della formazione. Vogliono mantenere il Paese nell’ignoranza per poterlo dominare più facilmente. Gli attentati alimentano paura e ignoranza”.

“È risaputo, infatti, che un popolo istruito, che desidera studiare, conoscere e sapere non è facilmente addomesticabile. Molte delle vittime e dei feriti erano studenti che si stavano preparando per l’esame di ammissione all’università. Sono degli eroi, dei martiri a causa dell’amore per la cultura”.

Lo scrittore afghano Gholam Najafi (Foto FMC)

Così lo scrittore afghano Gholam Najafi commenta al Sir l’attentato di questa mattina presto all’interno del Centro formativo Kaaj, nel distretto di Dasht-e-Barchi, a Kabul ovest, in Afghanistan. Secondo una prima ricostruzione l’attentatore, munito di cintura esplosiva avrebbe fatto il suo ingresso nell’istituto uccidendo la guardia all’entrata e dirigendosi in una classe dove avrebbe fatto detonare l’ordigno. I bilanci ufficiali parlano di oltre 30 morti e più di 40 feriti, 22 dei quali sono stati ammessi nel Centro chirurgico per vittime di guerra di Emergency. “18 sono ragazze – spiega Dejan Panic, responsabile delle attività sul campo di Emergency in Afghanistan – Le vittime hanno tutte un’età compresa tra i 18 e i 25 anni, e per la maggior parte sono ragazze che si trovavano in aula per sostenere un esame. Una di loro è arrivata già deceduta, un’altra è morta dopo l’ammissione. Solo negli ultimi due mesi abbiamo gestito nel nostro Centro 11 mass casualties, ovvero procedure di interventi di urgenza straordinaria in seguito ad esplosioni e attentati. E anche quotidianamente continuiamo a ricevere feriti da arma da fuoco, da proiettili a schegge, da arma da taglio, soprattutto coltellate, da esplosioni di mine e ordigni improvvisati. Nel Paese rimane una situazione di forte insicurezza e instabilità”.

“Il popolo afghano è tenace e non demorde – aggiunge Najafi – tanti studenti continuano ad andare a scuola nonostante il grave pericolo di attentati. Non vogliono allontanarsi dallo studio e dalla conoscenza che ritengono tra le risposte migliori alla violenza e strade privilegiate per garantirsi un futuro migliore, anche per l’Afghanistan”. In questa scelta, rivela lo scrittore, “gli studenti sono aiutati da tanti insegnanti che continuano a tenere le loro lezioni dentro le abitazioni, evitando le scuole sempre più bersagli di attentati come stiamo vedendo”. Questi attacchi, secondo lo scrittore – fuggito nel 2000 dal suo Paese a soli 10 anni, dopo l’uccisione del papà da parte dei talebani – rivelano anche “una spaccatura all’interno dei talebani stessi. Alcune fazioni, infatti, propendono per l’apertura delle scuole anche alle ragazze. Altri invece sono per la chiusura. Ad oggi, da quel che trapela, solo alle più piccole è consentito frequentare le lezioni fino al sesto anno. Le più grandi non possono andare a scuola e sono destinate ai lavori domestici e a matrimoni forzati”. Ma c’è di più. Najafi fa notare che il centro attaccato stamattina si trova in una zona a maggioranza sciita di Kabul e che, secondo fonti locali, sarebbe frequentato da studenti di etnia Hazara, una minoranza etnica vessata e perseguitata dai Talebani e anche dallo Stato Islamico. La stessa minoranza cui appartiene lo scrittore che nutre il sogno di costruire una scuola per i bambini vicino a Herat. Gholam Najafi è arrivato in Italia nel 2006, vive a Venezia dove si è costruito una nuova vita grazie allo studio e al suo amore per la letteratura. È autore di tre libri “Il mio Afghanistan”, “Il tappeto afghano” e, l’ultimo – per adesso –, “Tra due famiglie” (Ed. La Meridiana).

La condanna dell’Unicef. Sconcerto per l’attentato è stato subito espresso dall’Unicef che, in una nota, parla di “atto atroce che è costato la vita a decine di ragazze e ragazzi adolescenti e ne ha feriti gravemente molti altri. La violenza all’interno o in prossimità di istituti scolastici non è mai accettabile. Questi luoghi devono essere paradisi di pace dove i bambini possono imparare, stare con gli amici e sentirsi al sicuro mentre costruiscono le competenze per il loro futuro. I bambini e gli adolescenti non sono, e non devono mai essere, l’obiettivo della violenza” aggiunge l’Unicef che ricorda “ancora una volta, a tutte le parti in Afghanistan di aderire e rispettare i diritti umani e di garantire la sicurezza e la protezione di tutti i bambini e i giovani”.

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Dio non lascia mai solo il suo gregge

Ci sono dei passaggi nella vita che sono scanditi dallo scorrere del tempo. Sono passaggi che per certi versi si attendono, ma che quando arrivano colgono comunque un po’ sempre di sorpresa perché segnano, comunque, un cambiamento sostanziale e definitivo, per sé e per gli altri. Questo vale anche per il raggiungimento dell’età pensionabile, passaggio importante che riguarda anche i presbiteri e i vescovi.
E così sapevamo tutti che con il compimento dei 75 anni il 15 giugno scorso il nostro vescovo Beniamino aveva raggiunto l’età in cui, in base al diritto canonico, i vescovi presentano le proprie dimissioni al Santo Padre. Poi quando venerdì mattina 23 settembre è arrivata la convocazione da parte del Vicario Generale don Lorenzo Zaupa al Centro Onisto per un annuncio importante da parte di mons. Pizziol riguardante la vita della Diocesi, abbiamo capito che il momento era giunto.
E così abbiamo conosciuto per la prima volta il nome del vescovo Giuliano Brugnotto, ci siamo sentiti naturalmente uniti alla chiesa sorella di Treviso, ci siamo emozionati ad ascoltare le prime parole di saluto del nuovo nostro pastore e dal cogliere la serenità e la soddisfazione nel vescovo Beniamino per un passaggio da lui vissuto e preparato con cura, che è riuscito a gestire in modo riservato fino all’ultimo.
Ci sono ora da attendere i tempi normali di avvicendamento che dovrebbero essere, a quanto hanno dichiarato sia da Pizziol che da Brugnotto, entro il prossimo dicembre. In tutto questo, per chi vive l’appartenenza alla comunità ecclesiale in modo filiale, l’esperienza ha ben poco di burocratico e ancora meno di spettacolare. Il passaggio da un pastore al suo successore è, infatti, prima di tutto un’esperienza ecclesiale e spirituale: la fondamentale e consolante conferma che Dio non lascia mai solo il suo gregge e che si preoccupa sempre di avere qualcuno che lo guidi, qualcuno che si porti addosso, come raccomanda papa Francesco, l’odore delle pecore e indichi loro la strada.
Sarà questo un tempo che ci consentirà un po’ alla volta di conoscere il vescovo Brugnotto – già cominciamo in questo numero del giornale con un’intervista esclusiva che sarà trasmessa integralmente anche su radio Oreb e sulle Tv locali – mentre la vita ecclesiale procede secondo le linee che il vescovo Beniamino ci ha affidato a Monte Berico il 7 settembre e secondo quello stile sinodale che da un po’ di tempo a questa parte come laici, religiosi e presbiteri stiamo cercando di capire che cosa significhi concretamente nella vita delle nostre comunità.
Il vescovo Giuliano nel suo saluto alla nostra diocesi ha indicato la compassione e la solidarietà come atteggiamenti con cui abitare questo tempo complesso e sofferto. È questa una indicazione quanto mai preziosa anche all’indomani di un appuntamento elettorale che apre una nuova stagione politica nel Paese. C’è da augurarsi che queste due dimensioni animino anche l’azione dei nostri rappresentanti in Parlamento e diventino riferimento concreto delle risposte che dovranno essere trovate alle molte questioni sul tappeto.
Ci sarà tempo per condividere il cammino, ci auguriamo lungo e fecondo, insieme al nuovo vescovo Giuliano. Intanto proseguiamo la strada con mons. Pizziol con il desiderio che davvero cresca la capacità di camminare insieme.
Questo tempo di passaggio, può diventare spazio fecondo tanto in quanto sapremo fare anche esperienza di preghiera uniti al vescovo Beniamino e al vescovo Giuliano, con spirito riconoscente a Dio.

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Destracentro

Ha vinto il centrodestra. Il dato è evidente. Alle elezioni politiche di domenica scorsa, la coalizione messa insieme da Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e i pochi centristi di Lupi si è aggiudicata la maggioranza assoluta dei seggi. Una vittoria netta grazie anche alla legge elettorale che assegna il 37 per cento dei parlamentari con il sistema uninominale. In questo modo, il raggruppamento guidato da Giorgia Meloni, che ha ottenuto poco meno del 44 per cento dei voti, può contare su numeri di tutta tranquillità per sostenere il prossimo governo. Il sistema elettorale ha premiato chi è rimasto unito. È accaduto in gran parte d’Italia, anche nella rossa Romagna dove tutti i collegi uninominali sono andati alle forze di destracentro, come più d’uno ha scritto nei commenti sul dopo-voto.

Analizzando il responso delle urne, tra i vincitori si trova uno sconfitto: la Lega a guida Salvini esce con le ossa rotte dalla tornata elettorale con neanche il 9 per cento dei consensi. Il partito di Berlusconi va meno male del previsto con un 8,11 e si permette di superare il terzo polo di Calenda-Renzi fermo al 7,79. La Meloni balza dal precedente 5 per cento scarso al 26: un risultato clamoroso, come avvenne nel 2018 per il movimento 5 stelle che ora, guidato da Conte, festeggia per aver fatto man bassa al sud, anche se risulta più che dimezzato.

Il Pd a guida Enrico Letta supera di poco il 19 per cento. Perde in quasi tutte le roccaforti. Il segretario ne ha preso atto e ha annunciato la sua non ricandidatura al prossimo congresso durante il quale il partito dovrà decidere con chi stare: se guardare al centro per tentare di recuperare i voti dei moderati, o puntare più a sinistra dove si raccolgono meno preferenze, ma dove spesso c’è lo zoccolo duro di un elettorato all’apparenza sbandato.

Il vento dei populisti-sovranisti soffia in Italia, anche se occorre registrare l’astensionismo (il 63,9% dei votanti, mai così pochi). Molti cittadini hanno votato sull’onda dell’emozione dettata da due slogan: bocciatura del governo Draghi (per inflazione e rincari energia) e strenua difesa del reddito di cittadinanza. Il resto delle questioni – guerra in Ucraina, appartenenza all’Europa e all’euro, Pnrr da realizzare, presa di distanza dagli amici di Putin – è rimasto fuori dalla contesa elettorale. Toccherà ora al nuovo esecutivo fare intendere da che parte indirizzare la barca-Italia.

Tra le attese, speriamo che Meloni e soci non dimentichino che siamo tra i Paesi fondatori dell’Unione europea.

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Preti altrimenti

“Preti altrimenti” è il titolo di un interessante (e dibattuto) editoriale di Giuliano Zanchi, apparso nell’ultimo numero della “Rivista del Clero”, glorioso periodico per la formazione dei preti – ma non solo – edito dall’Università Cattolica di Milano. Il contributo di Zanchi, presbitero della diocesi di Bergamo e docente di Teologia presso la Cattolica, nonché direttore della medesima rivista, parte da un dato trasversale a molte diocesi italiane (ed anche europee): in questo nostro tempo (l’età post-secolare), essere preti è diventato “un rompicapo” che non ha ancora trovato la forza di suscitare “adeguate correzioni di forma e coerenti scelte istituzionali”. A differenza di quello che accadde, ad esempio, nell’epoca successiva al Concilio di Trento, che seppe trovare delle risposte efficaci.
L’autorevolezza del presbitero oggi – denuncia Zanchi – “è una continua conquista sul campo, che chiama in causa carismi e attitudini spiccatamente individuali”. Al prete tocca sostanzialmente “recitare a soggetto”, puntando sulle carte personali che ha a disposizione (i suoi talenti, le sue capacità…) a seconda delle situazioni in cui si trova, dal momento che il suo ruolo di presbitero non è più decifrato in modo univoco dal contesto sociale in cui vive. Da qui l’emergere, in modo sempre più evidente secondo Zanchi, della richiesta di molti preti di “connotare altrimenti il loro ministero”, per lo più in alternativa al convenzionale mansionario della parrocchia, “percepita sempre più come un concentrato di routine inconcludenti e strutture divoranti, fonte di un logorio che per molti sembra aver ormai sorpassato i suoi limiti di sopportazione”. Con il conseguente effetto di “disertare il tradizionale compito della pastorale parrocchiale”, vale a dire quella “miracolosa e secolare invenzione” che ha garantito per secoli nelle nostre terre l’annuncio del Vangelo di Gesù a tutti (e non solo a delle illuminate élite).
Questo disagio che afferisce al mondo dei preti è un problema serio agli occhi di Zanchi, che ritiene “la buona salute del ministero ordinato”, in questo momento, “la principale questione della Chiesa intera”. Tale questione, sempre secondo Zanchi, non può essere affrontata con “impacchi di psicologia applicata”, con “semplici incitamenti morali e solite ricentrature spirituali” o con timide revisioni della macchina pastorale. Si tratta, invece, di “ripensare il ministero dei preti in una prospettiva che lo consideri intrinsecamente legato alla sorte di elementi sistemici altrettanto meritevoli di cura e attenzione”. Detto altrimenti: non basta rivedere la forma del presbitero, è necessario – con la stessa cura – mettere mano anche ad altri aspetti del sistema-Chiesa. E Zanchi indica due elementi “sistemici”. Uno riguarda il ministero dei vescovi, chiamati ad essere “immagini viventi di comunione e figure della presenza di Gesù”, cui si chiede oggi di essere capaci di “profezia e sapienza, per essere coraggiosi indicatori della via”. L’altro elemento è la forma della parrocchia: “Essere preti altrimenti – scrive in modo illuminato Zanchi – senza fuggire in mondi artificiali o in oasi personalizzate richiede un altrimenti della forma ecclesiale di base, sgombrata finalmente da molti detriti che ancora ingombrano le prassi pastorali, liberata dalle incombenze economico-strutturali che tolgono letteralmente il fiato alla maggioranza dei preti e arricchita di una varietà ministeriale che attende solo di essere riconosciuta”.
“Nulla di nuovo”, si potrebbe concludere, chiosando la pur acuta analisi di Zanchi. Tuttavia, sembra davvero che ci troviamo “sulla linea di non ritorno” e prima che il tempo faccia da solo il suo lavoro, “con i suoi metodi spicci”, è necessario agire. Ne trarrebbe giovamento non solo la “salute dei preti”, ma anche quella delle comunità cristiane e – di riflesso – anche l’efficacia della pastorale vocazionale, chiamata a suscitare vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata ma, insieme, anche vocazioni alla ministerialità laicale a servizio della Chiesa.

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Inflazione e rincari. Truzzi (Assoutenti): “Nei prossimi mesi una vera e propria stangata per famiglie e consumatori”

Nella Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (NaDef) varata ieri, il Governo Draghi continua “a prevedere che il tasso di inflazione cominci a scendere entro la fine di quest’anno”. Una prospettiva che ci si augura possa concretizzarsi considerato che, in attesa dei dati che l’Istat diffonderà domani con le stime dei prezzi al consumo per il mese di settembre, ad agosto i prezzi del cosiddetto “carrello della spesa” – che include i prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa (pulizia e manutenzione ordinaria) e della persona (igiene personale e prodotti di bellezza) – hanno fatto registrare un aumento (+9,6% su base annuale) che non si osservava da giugno 1984 (quando fu +9,7%). Nelle settimane scorse, Assoutenti ha denunciato che “l’inflazione rappresenta oramai una vera e propria emergenza nazionale”. Ad agosto i prezzi degli alimentari hanno fatto registrare un’impennata record, con un incremento 10,5% rispetto all’anno precedente. Dai dati elaborati dall’associazione impegnata nel tutelare e promuovere i diritti fondamentali dei consumatori, tra agosto 2021 e agosto 2022 l’aumento dei prezzi ha toccato tutte le categorie merceologiche alimentari: si va dal +62,2% per l’olio di semi al +6,6% per il caffè, passando dal +25,8% per la pasta, il +23% per la farina e il +13,6 per il pane. Rincari significativi anche per riso (+22,4%), pollo (+15,7%), uova (+15,3%), zucchero (+15,1%), acque minerali (+12,7%), verdura fresca (+12,4%), latte fresco parzialmente scremato (+12%) e latte fresco intero (+10,1%). Secondo le stime di Assoutenti, una famiglia con due figli, solo per mangiare, deve mettere in conto una maggiore spesa in media pari a +786 euro annui (+585 euro per la famiglia “tipo”). Non a caso l’associazione a metà settembre aveva prefigurato all’orizzonte un “dramma d’autunno”. Avviandoci verso i mesi più freddi dell’anno nei quali le famiglie dovranno fare i conti anche con i rialzi delle bollette di luce e gas, abbiamo chiesto al presidente di Assoutenti, Furio Truzzi, in che frangente ci troviamo, quali possono essere le “buone pratiche” per famiglie e consumatori e quali misure le rinnovate compagini di governo e parlamentari dovrebbero prendere per contenere il più possibile gli aumenti.

Presidente, famiglie e consumatori sono sempre più alle prese con la tassa “occulta” dell’inflazione. Dal vostro osservatorio qual è la situazione attuale? Cosa preoccupa per i prossimi mesi?
La situazione purtroppo è quella sotto gli occhi di tutti, e da mesi: prezzi al dettaglio in costante crescita ed energia che spinge al rialzo sia i listini sia le bollette, impoverendo una fetta sempre più ampia di popolazione e riducendo progressivamente potere d’acquisto e consumi. Con la stagione invernale tali criticità rischiano di aggravarsi:

a fronte di tariffe energetiche che saliranno ancora, aumenteranno i consumi di gas delle famiglie, con una vera e propria stangata sui consumatori.

Ammesso, ovviamente, che il Governo riesca a reperire le disponibilità necessarie di materia prima per superare l’inverno.

Cosa suggerite a famiglie e consumatori per cercare di abbattere i rincari? Dove e come possono agire per risparmiare?

Le famiglie stanno già modificando profondamente le proprie abitudini, tagliando gli acquisti e scegliendo esercizi come i discount (che permettono sensibili risparmi), le cui vendite secondo l’Istat sono aumentate di oltre il 12% nell’ultimo periodo.

La prima regola da seguire per salvare il portafogli è quella di abbattere gli sprechi di energia,

migliorando il modo in cui consumiamo luce e gas, accendendo i termosifoni solo quando serve, isolando le finestre, evitando di lasciare gli apparecchi elettrici in standby e utilizzando gli elettrodomestici in modo intelligente e nelle fasce orarie in cui le tariffe sono più basse.

Altri suggerimenti?
È possibile risparmiare anche sulla spesa quotidiana, abbandonando le marche cui siamo abituati in favore di altre più economiche, scegliendo frutta e verdura di stagione, comprando solo le quantità necessarie per ridurre gli sprechi.

Nelle prossime settimane, dopo il rinnovo del Parlamento, l’Italia avrà un nuovo governo. Quali sono, secondo voi, le misure che è necessario prendere con urgenza per dare sollievo ai bilanci delle famiglie e consentire loro di avere più “respiro” nei consumi?
Tre a nostro avviso sono le misure che il nuovo Governo dovrebbe attuare immediatamente per uscire dalla crisi: cambiare sistema di calcolo dei prezzi dell’energia e fermarli a livello dei costi di produzione rendendo pubblici quantitativi e costi dei contratti delle imprese energetiche a più di 6 mesi,

tagliare l’Iva sugli alimentari e imporre il divieto di distacchi delle forniture per chi non riesce a pagare le bollette per almeno 6 mesi.

In tal modo si potrebbe ottenere un abbattimento di prezzi e tariffe con benefici diretti su famiglie e imprese e si tutelerebbero i nuclei più a rischio default.

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Inflazione e rincari. Le famiglie provano a risparmiare, tra bonus, tecnologia e buon senso

C’erano una volta i “consigli per gli acquisti”. E, a dir la verità, continuiamo ad esserne bombardati con spot televisivi, pubblicità sui giornali e campagne pure sui social network. Ma in questo 2022 a guadagnarsi l’interesse diffuso di famiglie e consumatori sono stati i vademecum per combattere l’aumento dei prezzi, schizzati alle stelle soprattutto per i rincari dei beni energetici che, come ha certificato l’Istat, hanno trainato l’inflazione a livelli che in Italia non si registravano da metà anni ’80 dello scorso secolo. Che qualcosa stia cambiando nelle abitudini degli italiani lo dimostrano, per esempio, i dati forniti da Coldiretti in occasione della Giornata internazionale della Consapevolezza sugli sprechi e le perdite alimentari (29 settembre): il 35% dei nostri connazionali nei prossimi mesi taglierà gli sprechi adottando a casa soluzioni per salvare il cibo e recuperare quello che resta a tavola “con una svolta green – ha spiegato l’associazione – spinta dall’inflazione e dai rincari delle bollette”. D’altra parte, nelle nostre case si gettano via mediamente ogni anno, secondo un’analisi di Coldiretti su dati Onu, circa 67 kg di cibo. Siamo più responsabili di francesi (buttati 85 kg a testa l’anno), inglesi (77 kg) e tedeschi (75 kg) ma molto possiamo ancora fare. Per rispetto verso chi versa in condizioni di malnutrizione o fame, per non danneggiare ulteriormente l’ambiente. E anche per salvaguardare il portafogli.

Spesa “low cost”. Basta fare una veloce ricerca in rete e ci si imbatte in numerosi “decaloghi” che spiegano “come risparmiare” in poche mosse quando si è tra le corsie dei supermercati. Associazioni di categoria e media specializzati consigliano di scegliere i prodotti non di marca (senza rinunciare alla qualità) e confrontare i prezzi tra prodotti simili, preferire la spesa fatta nei discount, stilare a casa una lista di alimenti/prodotti in modo da acquistare solo il necessario per evitare gli sprechi alimentari, privilegiare frutta e verdura di stagione, monitorare offerte promozionali e sconti praticati dai supermercati. Comportandosi così i risparmi, secondo alcune stime, potrebbero essere significativi.

Caro bollette e carburante. Non mancano poi i suggerimenti per limitare il più possibile l’impatto dei rincari delle utenze energetiche e alla pompa di benzina. Innanzitutto la prima indicazione è quella di evitare gli sprechi: per cui non bisogna eccedere con il riscaldamento (la richiesta di abbassare di 1 °C per allungare la vita degli stoccaggi di gas si traduce in risparmio sulla bolletta) così come non vanno lasciati illuminazione e elettrodomestici accesi o in standby se non necessario. In casa è sempre bene sostituire le lampadine a incandescenza con quelle a basso consumo così come è opportuno avviare lavatrice e lavastoviglie solo quando sono a pieno carico e in orario serale/notturno. Quando, invece, ci si trova al distributore per fare rifornimento è più conveniente preferire la modalità “self” a quella “servito”; così come è indicato, se possibile, non fare rifornimento in autostrada. In ogni caso, il consiglio è quello di controllare sempre i prezzi esposti.

A portata di clic. Per gestire con più facilità il bilancio familiare si può far ricorso alla tecnologia. Sono infatti diversi i software, le app o i servizi online disponibili, molti dei quali gratuitamente, per tenere sott’occhio le finanze familiari. A seconda delle esigenze si può scegliere, per esempio, tra Gestione familiare, iPase, Money Manager Ex o Goodbudget (per Android e iOS). Alcune soluzioni consentono anche a tutti i componenti della famiglia di inserire scadenze e spese, in modo tale che nulla sfugga. Ad agevolare l’utilizzo di questi strumenti è stata anche il diffondersi di aggregatori di conti correnti e carte di credito, come Illimity Connect: si tratta di app o di piattaforme create dagli istituti bancari che consentono non solo di effettuare operazioni online o su smartphone ma anche di accedere con facilità ai dati più significativi riguardanti conti correnti e carte di credito o prepagate.

Carte e bonus. Lungo tutto il 2022 sono stati diversi i provvedimenti per aiutare famiglie ed imprese nel fronteggiare il caro bollette. L’ultimo, il cosiddetto “Dl Aiuti ter” approvato la settimana precedente le elezioni politiche, prevede, tra l’altro, per il mese di novembre il riconoscimento di una nuova indennità una tantum, del valore di 150 euro, per lavoratori e pensionati con reddito non superiore a 20mila euro; si tratta di una nuova tranche di bonus che si aggiunge a quella erogata a luglio quando circa 22 milioni tra lavoratori e pensionati con i requisiti necessari hanno ricevuto 200 euro. Dal 1° settembre, poi, è operativa la piattaforma digitale www.bonustrasporti.lavoro.gov.it per richiedere il Bonus trasporti, l’agevolazione – con importo fino a 60 euro per l’acquisto di abbonamenti ai mezzi pubblici con validità mensile, per più mesi o annuale – che può essere richiesta entro fine anno da persone fisiche con un reddito entro i 35mila euro. Nelle prime due settimane dall’attivazione sono stati circa 728mila i voucher emessi. Tra gli altri “sostegni” che le famiglie possono richiedere ci sono la detrazione del 19% per le spese sostenute per la pratica sportiva svolta dai ragazzi, di età compresa tra i 5 e i 18 anni, la Carta giovani nazionale che consente ai 18-30enni di ottenere sconti su tutto il territorio europeo (nei Paesi associati al programma Youth Card Eyca), e la carta IoStudio dedicata a tutti gli studenti delle scuole superiori di II grado grazie alla quale si ha accesso a sconti e agevolazioni per attività ricreative, culturali e sportive. Da Nord a Sud, poi, sono diverse le Regioni che hanno varato un “bonus libri” per l’anno scolastico 2022-2023. È poi previsto che l’Inps erogherà anche per il 2023 il “bonus nido” e la domanda per ottenerlo va inoltrata entro fine 2022. Ancora attivi i “bonus decoder” (fino a 30 euro) e “bonus rottamazione” (fino a 100 euro) per consentire ai cittadini di cambiare tv o comprare un decoder compatibili con il nuovo standard del digitale terrestre. Infine, accantonata la “Carta della famiglia” introdotta nel 2015 a livello nazionale, nella Regione Friuli Venezia Giulia è possibile richiedere la Carta famiglia per i residenti (da almeno 24 mesi consecutivi) con almeno un figlio a carico e Isee fino a 30mila euro compresi. Oltre a consentire l’applicazione di agevolazioni e riduzioni di costi e tariffe per la fornitura di beni e servizi, attraverso la Carta viene erogata anche la Dote Famiglia, il contributo regionale che nel 2022 è pari a 500 euro per ciascun figlio minore per garantire loro l’opportunità di accedere a contesti educativi, ludici e ricreativi.

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Alluvione nelle Marche: la Caritas di Gubbio apre un centro di ascolto per intercettare i bisogni della gente

A due settimane dalle piogge straordinarie che hanno provocato alluvioni e allagamenti, la comunità di Cantiano traccia un primo bilancio dei danni. L’amministrazione comunale della cittadina marchigiana ha censito 48 movimenti franosi su una superficie di 84 chilometri quadrati, un territorio vasto e già fragile dal punto di vista idrogeologico. Le attività artigianali compromesse dall’alluvione sono 22, alcune delle quali con una capacità produttiva del tutto azzerata. Altre 28 attività d’impresa – come bar, ristoranti, negozi e uffici – sono state distrutte. E, allo stesso modo, le sedi di sei associazioni ricreative e culturali cantianesi. A illustrare questo scenario è il primo cittadino di Cantiano.
“È la fotografia, in sintesi – spiega il sindaco Alessandro Piccini – di una situazione indiscutibilmente complessa e grave, che andrà inoltre continuamente monitorata, anche e soprattutto per salvaguardare l’incolumità dei cittadini che abitano e vivono questo territorio”. Secondo Piccini, dati alla mano, il quadro dei danni al patrimonio pubblico, privato, imprenditoriale, sociale e umano nelle aree interne del Catria è di una gravità unica. E la stagione autunnale appena iniziata e quella invernale alle porte potrebbero peggiorare ulteriormente una situazione già delicata e precaria.
“Per questo – aggiunge il Sindaco di Cantiano, lanciando un appello – ci aspettiamo un adeguato interessamento da parte di tutte le istituzioni, perché un territorio così compromesso, con situazioni di rischio e infrastrutture annientate dalla furia dell’alluvione, merita risorse adeguate e immediate da mettere in campo prima possibile”.

Anche il secondo fine settimana, dopo quel drammatico 15 settembre, ha portato tanti volontari a Cantiano, borgo che – pur essendo in territorio pesarese – fa parte della diocesi umbra di Gubbio. Ancora una volta, gruppi di giovani e meno giovani sono arrivati proprio dall’altro versante dell’Appennino.

(Foto Lorenzo Mattei)

“Dopo i primi giorni – ci racconta il parroco, don Marco Cardoni – sono entrati in azione la Protezione civile, i Vigili del fuoco, autospurghi e altri mezzi pesanti. La gran parte del lavoro di ripulitura è stata fatta nell’arco della prima settimana. Ora siamo alle rifiniture con le idropulitrici nei locali, anche se ci sono ancora dei luoghi abbastanza messi male, soprattutto di privati cittadini”.

Dopo giorni e giorni di lavoro, aiutato proprio da tanti volontari e da personale inviato dalla diocesi di Gubbio, don Marco è riuscito a ripulire le chiese cantianesi. I danni a mobili e arredi sono molto ingenti, ma il suo pensiero va soprattutto alle aziende messe in ginocchio dalla calamità naturale.
“Il danno più rilevante – ci dice – è quello ai macchinari di alcune attività lavorative che non sanno quando potranno riprendere la produzione e, in alcuni casi, nemmeno se la riprenderanno, perché le attrezzature sono da buttare. La gente si chiede se ce la faremo, noi cerchiamo di dare coraggio e di portare avanti tutto quello che c’è da fare”.
Intanto, comincia a farsi vedere qualche timido segnale di ripresa della quotidianità nel centro storico della cittadina marchigiana. L’edicola del borgo riapre oggi, anche se le mura di pietra sono ancora umide per tutta l’acqua entrata nel locale. E presto dovrebbe tornare in attività anche l’unica farmacia di Cantiano, in locali provvisori. Nel frattempo, è arrivato anche un mezzo mobile con un team di psicologi per affiancare le persone più fragili e in difficoltà.

“In questi ultimi giorni – dice ancora don Marco – si respira un po’, dopo l’affanno dell’emergenza iniziale, quindi siamo tutti più lucidi anche nel fare interventi mirati: chi è rimasto senza auto, chi senza legna o altro riscaldamento per la casa. La preoccupazione più grande, ora, è il futuro immediato con l’arrivo dell’inverno”.

Anche per questo, la Caritas diocesana di Gubbio sta progettando con il parroco l’apertura di un centro di ascolto per intercettare i bisogni della gente. Intanto, sono due le iniziative in campo per domenica 2 ottobre.
La prima è la Giornata della solidarietà tra le comunità parrocchiali della diocesi eugubina. Il vescovo Luciano Paolucci Bedini ha invitato a realizzare una raccolta di offerte, durante le messe domenicali, per tutte quelle comunità del territorio diocesano che sono state colpite dal tragico evento dell’alluvione. Un segno concreto di vicinanza e condivisione fra le parrocchie della Chiesa locale.
Sempre per il 2 ottobre, il gruppo scout Masci 1 di Gubbio ha organizzato la celebrazione di una messa a Cantiano, che sarà presieduta dal vescovo Luciano. Una liturgia che si svolgerà al parco della Rimembranza alle ore 16.30 e che prende spunto dal tema “Ascolta la voce del Creato”, lanciato dai promotori del Tempo del Creato che va dal primo settembre al 4 ottobre. Anche in questo caso, le offerte raccolte saranno destinate alla parrocchia cantianese.

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Pope Francis: “Let us go forward with the prayer of “ciao”

“Let us go forward with the prayer of “ciao”. With this invitation, Pope Francis concluded today’s audience, in which he resumed the cycle of catechesis on discernment focusing on the first of its constituent elements, which is prayer. True prayer “is not reciting prayers like a parrot.” True prayer is to address God with simplicity and familiarity, as one would speak to a friend. It is knowing how to go beyond thoughts, to enter into intimacy with the Lord, with an affectionate spontaneity.” “True prayer is this spontaneity and affection for the Lord”: it is the secret of the lives of the saints. “This familiarity overcomes fear or doubt that His will is not for our good, a temptation that sometimes runs through our thoughts and makes our heart restless and uncertain, or even bitter.” In the closing remarks, the Pope’s thoughts turned to “the tormented Ukraine, which is suffering so much.”

Discernment, the Pope said, “does not claim absolute certainty, it is not a chemically pure method, it does not claim absolute certainty, because it is about life, and life is not always logical, it has many aspects that cannot be enclosed in one category of thought.”

“We are not just reason, we are not machines,

it is not enough to be given instructions to carry them out: the obstacles, like the supports, to deciding for the Lord are primarily affective, from the heart.”

“Many people, even Christians, think the same thing: that is, that Jesus may well be the Son of God, but they doubt that He wants our happiness; indeed, some fear that taking his proposal seriously, that which Jesus proposes to us, means ruining our lives, mortifying our desires, our strongest aspirations.”

With these words the Pope denounced the “false image of God that Satan has been suggesting since the beginning: that of a God who does not want our happiness.” “These thoughts sometimes creep up inside us”, he explained: “that God asks too much of us, we fear that God doesn’t really love us.” Instead, “in our first encounter we saw that the sign of meeting the Lord is joy. When I encounter the Lord in prayer, I become joyful. Each one of us becomes joyful, a beautiful thing. Sadness, or fear, on the other hand, are signs of distance from God.”

“Those who turn away from the Lord are never happy, even though they have an abundance of possessions and possibilities at their disposal”,

Francis said: “Jesus never forces you to follow Him, never. Jesus lets you know His will, with all His heart He lets you know things, but He leaves you free, And this is the most beautiful thing about prayer with Jesus. On the other hand, when we distance ourselves from the Lord, we are left with something sad, something ugly in our heart.”  “Discerning what is happening is not easy – the Pope said – for appearances are deceptive, but familiarity with God can melt doubts and fears in a gentle way, making our lives increasingly receptive to His “gentle light,” according to the beautiful expression of Saint John Henry Newman.” “The saints shine with reflected light and show in the simple gestures of their day the loving presence of God, who makes the impossible possible”, the first example chosen by Francis:

“It is said that two spouses who have lived together for so long loving each other end up resembling each other. Something similar can be said about affective prayer:

in a gradual but effective way it makes us more and more able to recognize what counts through connaturality, as something that springs from the depths of our being.”

At the end of the catechesis, once again speaking off -text, the Pope reiterated his opening remarks: “To be in prayer does not mean saying words, words, no: being in prayer means opening my heart to Jesus, drawing close to Jesus, allowing Jesus to enter into my heart and making us feel His presence. And there we can discern when it is Jesus and when it is us with our thoughts, that so many times are far from what Jesus wants.”

“Let us ask for this grace: to live a relationship of friendship with the Lord, as a friend speaks to a friend”,

was the Pope’s appeal to the faithful gathered in St. Peter’s Square, quoting from St. Ignatius. Finally, the Pope shared a personal story: “I knew an old religious brother who was the doorman of a boarding school, and every time he could he would approach the chapel, look at the altar, and say, ‘Hello,’ because he was close to Jesus. ‘Hello, I am close to you and you are close to me.’ This is the relationship we must have in prayer: closeness, affective closeness with Jesus. A smile, a simple gesture, and not reciting words that do not reach the heart.” “It is a grace we must ask for one another”, Francis recommended: “to see Jesus as our friend, as our greatest friend, our faithful friend, who does not blackmail, above all who never abandons us, even when we turn away from Him.”

“Even when we turn away from Him, He remains at the door of our heart”, the Pope concluded in unscripted remarks: “He remains close at hand, at heart’s reach because He is always faithful. Let us go forward with this prayer, we could say the prayer of ‘Ciao,’

the prayer of greeting the Lord with our heart, the prayer of affection, the prayer of closeness, with few words but with acts and good works.”

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War in Syria: Amjad (political refugee): “The Syria I knew was a beautiful mosaic”

“We had our hands up, our voices our only weapon to ask for greater rights, more democracy, more freedom, more reforms. Thousands of us gathered in Clock Square, in my city, Daraa, (in south-west Syria, ed.’s note), regardless of social, ethnic and religious affiliations, in what was perhaps the largest protest in our country’s recent history. We truly thought the time had come for a change in our lives, having been forced to endure a terrible dictatorship. Instead, we were attacked with weapons by the Armed Forces of the Regime.” The place that could have become the symbol of the Syrian Arab Spring, in just a few days became one of the martyred cities of the war in Syria, raging uninterruptedly since March 2011. “Since then, nothing returned the way it was before.” It is the sad story of Amjad’s (a fictitious name for safety reasons) broken dream. At the time he was just over 30 years old, one of the first to take to the streets of Daraa to march for freedom. He is still pursuing this dream after many years, despite having been forced to flee his country, hounded by the regime.

The story. “We took to the streets with a group of friends, and many people followed. I remember – he says in fluent Italian – that when the regime gave the order to open fire on the crowd, many soldiers refused and left the army to form the so-called Free Syrian Army. Their intention, we were told, was to defend the people and not to kill them. However, before long, weapons started to circulate among the protesters too. That’s was when we realised that other countries and radical Islamic affiliated militias, like Jabat al Nusra, were taking over our peaceful protest to plunge Syria into the abyss of war. Syria has become a battlefield for a proxy war fought by the regime and its allies Russia and Iran, against the rebel groups financed by Turkey and several Arab countries.” This foreign interference paved the way for the rise of ISIS between 2013 and 2014. “If Assad had listened to the voice of the people we would probably be telling a different story today. That was not the case and the consequences are there for everyone to see. Syria today is at the end of its tether, impoverished, divided and prey to the interests of other countries such as Russia, the US and Turkey, which are partitioning it.” The figures after 11 years of war are appalling: of the 22 million Syrians living in the country, more than half are internally displaced persons and refugees living in Lebanon, Jordan and Turkey. The six Syrian migrants found dead on a boat that reached the Sicilian port town of Pozzallo a few weeks ago were indeed arriving from Turkey. Another boat capsized off the Syrian coast on September 22. It had sailed towards Europe from the port of Miniyeh, near Tripoli, Lebanon, with 120 to 170 migrants and refugees on board, most of them Syrians, Lebanese and Palestinians. At least 80 of them died, including women and children. Yet another tragic chapter in a war that has been ignored – just as the cry for help of those migrants at the mercy of the sea.

The arrival in Italy. Amjad is the only one left of that group of friends: “sadly, the others are no longer with us. One was imprisoned and tortured to death,” he recalls, his voice breaking into tears. Also for that reason, shortly before the end of 2011 ( November 11), persuaded by his father, Amjad fled Syria, where he never returned. “I was considered an opponent of the regime and if I were to return I would be put to death”, he said bluntly. After a long ordeal that led him to search for a job across a number of European countries, Amjad arrived in Italy where he successfully obtained political refugee status. He was reunited with his wife and five children (aged 3, 7, 11, 17 and 20), who had meanwhile found refuge in Jordan, only in mid-August. After various bureaucratic vicissitudes, he finally embraced his youngest daughter for the first time at Bologna’s airport. He hadn’t seen her since she was born, “except on video calls” he says with a laugh. “The rest of my family, including a brother and a sister, stayed in Daraa. My father was twice imprisoned by the regime as a form of retaliation, he had to pay his torturers to leave. The same thing happened to one of my brothers. Now things seem to be getting a little better, also because it looks like Assad’s regime has become weaker, a pawn in Russia’s hands. “I left Syria long before the war to go and work in Dubai. I returned after several years, it was 2009″, he recalls. “I longed to live in my country, to contribute to its renewal, but they stopped us at gunpoint.” Amjad also mentions the other war that the Syrian population is fighting on a daily basis, the war against poverty: “my relatives living in Syria told me that they only have electricity and drinking water for a few hours a day. There are no jobs, no food, no health care available. International sanctions hit the poor people, not the rulers.”

A new beginning. Amjad has been living in a village in the Lazio region since 2017. His family joined him there on August 14. Thanks to his amiable and kind disposition he made many new friends who are helping him with everything, including furnishing his home, because “now there are seven of us, it’s harder”, he says, with a smile. It is a silent and discreet show of solidarity marked by inclusion and integration. These are important days for Amjad: “first of all, I have to get my children’s documents translated to regularise their school and university registration.” “I am happy with my job as a construction worker,” he adds without trying to hide his secret dream: “to work as a mosaicist. I mosaic classes in Bologna”, he says, while proudly showing a photo of one of his artworks depicting the sun and the moon together, created with countless tiny coloured stones. “A beautiful mosaic , he concludes, just like my Syria was before the war, a place where everyone lived in harmony and peace, and with the same yearning for freedom.” A mosaic of many lives that Amjad hopes to see pieced together in the near future.

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Anno longhiano. Mons. Caputo: “Pompei guarda al mondo per veicolare un messaggio di pace”

Un Anno giubilare per il 150° anniversario dell’arrivo del beato Bartolo Longo a Pompei dal 1° ottobre 2022 al 31 ottobre 2023. Per l’occasione sono molti gli eventi che il santuario di Pompei ha organizzato, presentati in conferenza stampa mercoledì 28 settembre, e mons. Tommaso Caputo, arcivescovo prelato di Pompei e delegato pontificio per il santuario, ha scritto una lettera alla città e ai fedeli: “Dall’illuminazione interiore di Bartolo Longo un nuovo slancio per Pompei e un modello per il mondo”. “Il Santo Padre Francesco – ha annunciato mons. Caputo nella lettera – ci ha concesso il dono che rende quest’anno un vero e proprio ‘Giubileo longhiano’: dal 1° ottobre 2022 al 31 ottobre 2023, visitando la basilica pontificia della Beata Maria Vergine del Santo Rosario di Pompei, i fedeli potranno conseguire l’Indulgenza plenaria alle solite condizioni, e i malati e tutti coloro che fossero impossibilitati a partecipare fisicamente potranno ugualmente fruire del dono dell’Indulgenza plenaria, offrendo le loro sofferenze al Signore o compiendo pratiche di pietà”.

(Foto: santuario di Pompei)

Bartolo Longo si trovava in Località Arpaia quando sentì una voce che gli sussurrava, come ha raccontato egli stesso: “Se cerchi salvezza, propaga il Rosario. È promessa di Maria. Chi propaga il Rosario è salvo!”. “Per noi credenti quel Rosario è la terra buona nella quale si radica ogni opera del beato – ha detto mons. Caputo, nella conferenza stampa tenuta a Pompei, mercoledì 28 settembre, per la presentazione dell’Anno giubilare longhiano –. Qualcuno potrebbe pensare che quel primo arrivo di Longo abbia valore solo per i credenti. Certo, la preghiera e, in particolare, la preghiera del Rosario è essenziale, ma il beato arriva in questa terra e la trasforma anche sotto l’aspetto sociale, economico, civile. Abitavano qui pochi contadini, la cui esistenza era resa precaria e difficile dalle scorrerie dei briganti e dalla malaria. Intorno al santuario, la cui prima pietra fu posta nel 1876, cominciò a svilupparsi una vera e propria Città: gli istituti per l’accoglienza degli orfani e dei figli dei detenuti, l’ufficio postale e telegrafico, via Sacra, le case operaie, la stazione ferroviaria, la fontana pubblica. Fu sì uomo della Madonna, apostolo del Rosario, ma ebbe anche un indiscutibile ruolo sociale e civile.

Bartolo Longo parlava ai contemporanei e continua a parlare all’uomo del nostro tempo”.

Località Arpaia in Valle di Pompei, ha sottolineato il presule nella lettera, è “oggi memoria di una storia mutata nel suo cammino” e, di fronte all’“affanno corrente con cui viviamo i nostri giorni”, è “oggi la pietra miliare che parla al mondo dalla parte di Pompei; e allo stesso tempo parla a Pompei per dire che la ‘città mariana’ non è solo un insediamento ben riuscito, un’ispirazione di fede innestata in un moderno tessuto urbano, ma un punto luce proiettato su uno scenario ben più ampio. Ampio quanto il mondo”. L’arcivescovo, in conferenza stampa, ha invitato a “guardare all’esempio del beato, qui ed ora, in un tempo di difficoltà gravi, dalla guerra in Ucraina alla complessa uscita dalla crisi sanitaria, dalla povertà in continuo aumento, anche nel nostro Paese, alla crescente conflittualità che corrode la società. Direi anche che abbiamo bisogno delle parole di Longo e, tra i segni di questo anno speciale, ve n’è uno al quale un’equipe di studiosi ha lavorato per anni e con grande passione e impegno. Pubblicheremo a breve il volume introduttivo all’Edizione Critica degli scritti di Bartolo Longo perché tutti possano attingere alla fonte originale del Beato che fu, tra l’altro, valente giornalista e fondatore, nel 1884, del periodico ‘Il Rosario e la Nuova Pompei’”.

(Foto: santuario di Pompei)

Mons. Caputo ha spiegato: “Vogliamo celebrare, con la meritata solennità e un programma ricchissimo di appuntamenti, il 150° anno dall’arrivo di Bartolo Longo a Pompei. È un modo per ricordare la figura e le opere del beato coinvolgendo tutti i devoti della Madonna di Pompei che sono nel mondo. Non è un evento locale, ma universale.

La nostra Città mariana guarda al mondo per veicolare, in un tempo difficile, un messaggio di pace e di concordia tra i popoli”.

Da ottobre, ha anticipato, “vivremo un tempo speciale fatto d’incontri, di approfondimenti, di preghiera, di celebrazioni, un tempo nel quale sarà protagonista la grande famiglia del santuario: i sacerdoti, le Suore domenicane ‘Figlie del Santo Rosario di Pompei’, i Fratelli delle Scuole cristiane, i religiosi delle Congregazioni che ebbero rapporti di amicizia e collaborazione con il beato, i diaconi, i laici. E, accanto a loro, saranno coinvolte le cinque comunità parrocchiali di Pompei, che nel corso della fase diocesana del Cammino sinodale si sono distinte per spirito di partecipazione e amore alla Chiesa”.

(Foto: santuario di Pompei)

Ogni mese dell’Anno longhiano sarà contrassegnato da celebrazioni, eventi e manifestazioni che ricorderanno le tappe salienti dell’opera che Bartolo Longo ha compiuto tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, trasformando una terra desolata e deserta in una fiorente città, al centro della quale ha fondato, insieme alla consorte, la contessa Marianna De Fusco, il santuario mariano, diventato in pochissimo tempo uno dei più conosciuti al mondo e visitato, ogni anno, da milioni di pellegrini e devoti della Madonna del Rosario. Già questo mese di ottobre, primo dell’Anno longhiano, sarà ricco di appuntamenti. Anche i temi del consueto “Buongiorno a Maria” saranno ispirati a quella locuzione interiore “Chi propaga il Rosario è salvo!”, sentita dal beato in Località Arpaia. Dal 1° ottobre, alle 6.30, ci si ritroverà in basilica, dal lunedì al sabato, per affidare il nuovo giorno che inizia alla Madonna. Assieme alla diretta del “Buongiorno a Maria”, riprenderanno su Tv2000 anche le dirette delle sante messe dal santuario. Sarà il card. Lazzaro You Heung-sik, prefetto del Dicastero per il clero, a presiedere la supplica, domenica 2 ottobre. Il rito, trasmesso in diretta da Tv2000 e Canale 21, inizierà alle 10.30 con la santa Messa e terminerà alle 12, con la recita della preghiera composta da Bartolo Longo nel 1883. Il 5 ci sarà la festa del beato, con la partecipazione delle scuole; mentre il 7, festa della Madonna del Rosario, Radio Maria, in collaborazione con l’Associazione World Family of Radio Maria onlus, trasmetterà il santo rosario e la messa dal santuario. In programma, poi, il 19 ottobre, un incontro per ricordare il 20° anniversario della Rosarium Virginis Mariae, la Lettera apostolica di San Giovanni Paolo II che inaugurò l’Anno del Rosario (2002), mentre il 26 appuntamento in basilica con il concerto che ricorderà il 42° anniversario della beatificazione di Bartolo Longo. Infine, il 29 ottobre, in Località Arpaia, dove iniziò la storia della Nuova Pompei con l’arrivo del beato, ci sarà la commemorazione di quell’evento dell’ottobre 1872.

(Foto: santuario di Pompei)

In occasione dell’Anno longhiano è stato promosso dalla prelatura di Pompei il concorso di idee “LO(n)GO design contest” per la creazione di un progetto grafico che, con unico logo, riuscisse a comunicare l’evento che 150 anni fa, in contrada Arpaia, dava inizio alla storia della Nuova Pompei. A vincere è stato Elio Sorrentino.
Sono molte le opere sociali del santuario di Pompei: Centro oratoriale “Beata Vergine”, Casa Emanuel, Centro oratoriale “Bartolo Longo”, Centro di aiuto alla vita, Ambulatori della Confraternita di Misericordia, Consultorio familiare diocesano “San Giuseppe Moscati”, Centro di ascolto Caritas, Mensa per i poveri “Papa Francesco”, Comunità incontro – Centro per il recupero dei tossicodipendenti, Centro per il bambino e la famiglia “Giovanni Paolo II”, Casa famiglia “Oasi Vergine del Sorriso”, Casa famiglia “Maria Madre di Misericordia”, Casa di preghiera e di accoglienza, Casa famiglia “Chiara Luce”, Casa di accoglienza “Maria, Madre della Provvidenza”, Casa famiglia “Santa Maria del Cammino”.

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Papa Francesco: “Andiamo avanti con la preghiera del ciao”

“Andiamo avanti con la preghiera del ciao”. Papa Francesco ha concluso con questo invito a braccio l’udienza di oggi, in cui ha ripreso il ciclo di catechesi sul discernimento soffermandosi su uno dei suoi elementi costitutivi: la preghiera, che “non è recitare preghiere come un pappagallo”. La preghiera è “rivolgerci a Dio con semplicità e familiarità, come si parla a un amico. È saper andare oltre i pensieri, entrare in intimità con il Signore, con una spontaneità affettuosa”. “La vera preghiera è familiarità, è affetto con il Signore”: è questo il segreto della vita dei santi. “Questa familiarità vince la paura o il dubbio che la sua volontà non sia per il nostro bene, una tentazione che a volte attraversa i nostri pensieri e rende il cuore inquieto e incerto o amaro”. Al termine dell’udienza, ancora “un pensiero alla martoriata Ucraina, che sta soffrendo tanto”.

Il discernimento, ha esordito il Papa, “non pretende una certezza assoluta: non è un metodo chimicamente puro, perché riguarda la vita, e la vita non è sempre logica, presenta molti aspetti che non si lasciano racchiudere in una sola categoria di pensiero”.

“Non siamo solo ragione, non siamo macchine,

non basta ricevere delle istruzioni per eseguirle”, ha esclamato Francesco: “gli ostacoli, come gli aiuti, a decidersi per il Signore sono soprattutto affettivi, dal cuore”.

“Molti, anche cristiani, pensano che Gesù possa anche essere il Figlio di Dio, ma dubitano che voglia la nostra felicità; anzi, alcuni temono che prendere sul serio la sua proposta significhi rovinarsi la vita, mortificare i nostri desideri, le nostre aspirazioni più forti”.

Con queste parole il Papa ha stigmatizzato la “falsa immagine di Dio che Satana suggerisce fin dalle origini: quella di un Dio che non vuole la nostra felicità”. “Questi pensieri fanno talvolta capolino dentro di noi”, ha spiegato: “che Dio ci chieda troppo, abbiamo paura che non ci voglia davvero bene”. Invece, “nel nostro primo incontro abbiamo visto che il segno dell’incontro con il Signore è la gioia. Nel primo incontro col Signore ognuno di noi diventa gioioso: è una cosa bella.  La tristezza, o la paura, sono invece segni di lontananza da lui”.

“Chi si allontana dal Signore non è mai contento, pur avendo a propria disposizione una grande abbondanza di beni e possibilità”,

la tesi di Francesco: “Gesù mai costringe a seguirlo: Gesù ti fa sapere la sua volontà, con tanto cuore ti fa sapere le cose, ma ti lascia libero: e questo è la cosa più bella della preghiera. Invece, quando noi ci allontaniamo da Gesù ce ne andiamo con la tristezza del cuore”.  “Discernere non è facile – ha ammesso il Papa –  perché le apparenze ingannano, ma la familiarità con Dio può sciogliere in modo soave dubbi e timori, rendendo la nostra vita sempre più ricettiva alla sua ‘luce gentile’, secondo la bella espressione del Santo John Henry Newman”. “I santi brillano di luce riflessa e mostrano nei semplici gesti della loro giornata la presenza amorevole di Dio, che rende possibile l’impossibile”, il primo esempio scelto da Francesco:

“Si dice che due sposi che hanno vissuto insieme tanto tempo volendosi bene finiscono per assomigliarsi. Qualcosa di simile si può dire della preghiera affettiva:

in modo graduale ma efficace ci rende sempre più capaci di riconoscere ciò che conta per connaturalità, come qualcosa che sgorga dal profondo del nostro essere”.

Alla fine della catechesi, ancora una volta a braccio, il Papa è tornato sulle affermazioni iniziali: “Stare in preghiera non significa dire parole, parole, parole: no, aprire il cuore a Gesù, avvicinarsi a Gesù, lasciare che entri nel mio cuore e mi ci faccia sentire la sua presenza. E lì possiamo discernere quando è Gesù o quando siamo noi con i nostri pensieri, tante volte lontani da Gesù”.

“Chiediamo questa grazia: di vivere una relazione di amicizia con il Signore, come un amico parla all’amico”,

l’invito ai presenti in piazza San Pietro, sulla scorta di Sant’Ignazio. Infine un racconto a braccio: “Ho conosciuto un vecchio fratello, un religioso, che è un portiere di un collegio. Lui, ogni volta che poteva si avvicinava alla cappella, guardava l’altare e diceva: ‘Ciao!’. Perché aveva vicinanza con Gesù. Ciao! Ti sono vicino e tu mi sei vicino: questa vicinanza, vicina affettiva con i fratelli, vicinanza con Gesù, un sorriso, un semplice gesto, e non recitare parole che non arrivano al cuore”. “È una grazia che dobbiamo chiedere gli uni per gli altri”, ha raccomandato Francesco: “vedere Gesù come il nostro amico più grande e fedele, che non ricatta, soprattutto che non ci abbandona mai, anche quando noi ci allontaniamo da lui”.

“Quando noi ci allontaniamo da lui – ha concluso a braccio il Papa – lui rimane alla porta del cuore. Rimane lì, a portata di mano, a portata di cuore, perché lui è sempre fedele. Andiamo avanti con la ‘preghiera del ciao’,

di salutare il Signore con il cuore, la preghiera dell’affetto, della vicinanza, con poche parole ma con gesti e con opere buone”.

 

 

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Guerra in Siria: Amjad (rifugiato politico): “La mia Siria era un mosaico bellissimo”

“Avevamo le mani alzate, armati solo di voce, per chiedere più diritti, più democrazia, più libertà, riforme. Nella piazza dell’orologio, della mia città, Daraa, (nel Sud- ovest della Siria, ndr.), in migliaia, senza nessuna distinzione sociale, etnica e religiosa, avevamo dato vita forse alla più grande protesta della storia recente del nostro Paese. Pensavamo davvero che fosse giunto il momento di cambiare la nostra vita, costretta a subire una dittatura terribile, e invece siamo stati attaccati con le armi dalle Forze del Regime”. Quella che poteva diventare il simbolo della primavera araba siriana, in pochi giorni è diventata una delle città martiri della guerra in Siria che si combatte dalla metà di Marzo del 2011. “Da allora, a Daraa, nulla è tornato come prima”. È il racconto, “amaro”, del sogno spezzato di Amjad (nome di fantasia per motivi di sicurezza), all’epoca poco più che 30enne, tra i primi a scendere in piazza a Daraa per manifestare per la libertà. Un sogno inseguito ancora oggi a distanza di anni nonostante sia stato costretto a scappare via dal suo Paese, braccato dal regime.

Foto Caritas

La storia. “Con un gruppo di amici andavamo in strada a protestare, seguiti da tanta gente. Ricordo – dice in un buon italiano – che quando il regime ordinò di sparare sulla folla molti soldati si rifiutarono e per questo motivo abbandonarono l’esercito per costituire il cosiddetto Esercito Siriano Libero. Loro intenzione, ci dicevano, era quella di difendere il popolo e non di ucciderlo. Non passò tanto tempo che cominciarono a circolare armi anche tra i manifestanti. In quel momento abbiamo capito che altri Paesi e milizie radicaliste islamiche affiliate, come Jabat al Nusra, si stavano impossessando della nostra protesta pacifica per far piombare la Siria nell’abisso della guerra. La Siria è diventata un campo di battaglia per una guerra di procura combattuta dal regime e i suoi alleati Russia e Iran, contro i ribelli finanziati dalla Turchia e da diversi Paesi arabi”. Ingerenze straniere che hanno provocato tra il 2013 e il 2014 l’arrivo dell’Isis. “Se Assad avesse ascoltato la voce del popolo forse oggi racconteremmo una storia diversa. Così non è stato e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Oggi la Siria è allo stremo, povera, divisa e preda degli interessi di altri Paesi come Russia, Usa e Turchia che se la stanno spartendo”. Dopo 11 anni di guerra i numeri sono impietosi: dei 22 milioni di siriani che vivevano nel Paese, più della metà sono sfollati interni e profughi che vivono tra Libano, Giordania e Turchia. E proprio dalla Turchia provenivano i sei migranti siriani trovati morti per la fame e la sete su una barca arrivata a Pozzallo nelle settimane scorse. Risale al 22 settembre, invece, al largo delle coste siriane, un altro naufragio di una imbarcazione partita verso l’Europa dal porto di Miniyeh, vicino a Tripoli, in Libano, con a bordo tra i 120 e i 170 migranti e rifugiati, per lo più siriani, libanesi e palestinesi. Almeno 80 vittime, tra loro donne e bambini. Ennesime pagine tragiche di una guerra ignorata, come ignorato è rimasto il grido di aiuto di quei migranti in balia delle onde.

L’arrivo in Italia. Di quel gruppo di amici oggi resta solo Amjad: “gli altri purtroppo non ci sono più. Uno è stato imprigionato e torturato a morte” ricorda commosso. Anche per questo che, poco prima della fine del 2011 (11 novembre), convinto dal padre, Amjad fugge dalla Siria, dove non fa più ritorno. “Sono considerato un oppositore del regime e se dovessi tornare per me sarebbe morte certa” dice senza mezzi termini. Dopo un’odissea che lo ha portato a cercare lavoro in vari Paesi europei Amjad è arrivato in Italia dove è riuscito ad ottenere lo status di rifugiato politico. Risale solo alla metà di agosto scorso il ricongiungimento familiare con la moglie e suoi 5 figli, (di 3, 7, 11, 17 e 20 anni) che intanto avevano trovato rifugio in Giordania. Nell’aeroporto di Bologna, dopo varie traversie burocratiche, il primo abbraccio con la figlia più piccola che non aveva mai visto dalla nascita, ma solo, dice ridendo, “in video chiamata”. “Il resto dei miei familiari, ho anche un fratello e una sorella, è rimasto a Daraa, mio padre è stato due volte imprigionato dal regime come ritorsione, e per uscire ha dovuto pagare i suoi aguzzini. E lo stesso è accaduto a uno dei miei fratelli. Le cose sembrano adesso andare un po’ meglio anche perché il regime di Assad pare essersi indebolito, ostaggio com’è della Russia”. “Ero partito molto prima della guerra per andare a lavorare a Dubai. Poi dopo diversi anni sono rientrato, era il 2009 – ricorda Amjad -. Desideravo vivere nel mio Paese, rinnovarlo ma ce lo hanno impedito con le armi”. Amjad parla anche di un’altra guerra che la popolazione siriana combatte quotidianamente, quella contro la povertà: “i mei familiari mi dicono che in Siria hanno luce e acqua solo per poche ore al giorno, manca il lavoro, manca il cibo, non ci sono cure sanitarie disponibili. Le sanzioni internazionali colpiscono la povera gente, non chi governa”.

foto SIR/Marco Calvarese

Un nuovo inizio. Amjad dal 2017 si è stabilito in un centro dell’entroterra del Lazio dove dal 14 agosto lo ha raggiunto la sua famiglia. Qui, con la sua affabilità e i suoi modi gentili, si è conquistato degli amici che lo stanno aiutando in tutto,  anche ad arredare la casa, perché “ora che siamo diventati sette è più difficile”, sottolinea sorridendo il rifugiato siriano. Una solidarietà silenziosa e discreta dal sapore forte dell’inclusione e dell’integrazione. Sono giorni importanti questi per Amjad: “per prima cosa devo far tradurre i documenti dei miei figli per regolarizzare la loro iscrizione a scuola e all’università”. “Sono felice del mio lavoro di operaio edile” aggiunge senza nascondere il suo sogno nel cassetto: “lavorare come mosaicista. A Bologna ho seguito corsi per realizzare mosaici” afferma mostrando con orgoglio la foto di una sua opera che ritrae il sole e la luna insieme, realizzata con tante piccole pietre colorate. “Un mosaico bellissimo – conclude – come lo era la mia Siria prima della guerra dove tutti vivevano in pace e in concordia e con la stessa fame di libertà”. Un mosaico di vite che Amjad spera di vedere, un giorno, ricomposto.

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Algeria, autorità chiudono la Caritas. Baldi (ex direttore): “Si può recuperare attraverso il dialogo”

La chiusura “completa e definitiva” della Caritas in Algeria il 1° ottobre “non è un gesto di persecuzione nei confronti della Chiesa cattolica né paura di proselitismo cattolico” e “si può sicuramente recuperare attraverso il dialogo”. “Ora è il momento di parlare con le autorità e offrire la propria disponibilità a risolvere la situazione. Bisogna dialogare sempre e in ogni caso”. È il parere di don Cesare Baldi, che la stessa Caritas ha diretto dal 2009 al 2019. Ora è referente della Migrantes di Novara, sua diocesi di origine. A breve si trasferirà in Francia per seguire la comunità italiana a Lione. In queste ore è infatti giunto un comunicato della piccola Chiesa cattolica in Algeria – 4 diocesi che contano circa 5.000 fedeli (lo 0,01% della popolazione) – nel quale si annuncia la chiusura di tutte le attività e le opere caritative della Caritas nazionale, impegnata con i poveri e i migranti, in ottemperanza alla richiesta delle pubbliche autorità algerine. La nota è firmata da monsignor Paul Desfarges, arcivescovo emerito di Algeri e presidente dell’Associazione diocesana d’Algeria e da monsignor Jean-Paul Vesco, arcivescovo di Algeri, che precisano: “La Chiesa cattolica resta fedele alla sua missione caritativa al servizio della fraternità, in collaborazione con tutte le persone di buona volontà” e “ci tiene a ringraziare tutte le persone che hanno contribuito nel corso degli anni e in diverso modo a far vivere questa opera al servizio dei più vulnerabili e del popolo algerino”.

La chiusura avrà un impatto durissimo sulla realtà Caritas in Algeria perché comporta il licenziamento del personale, il venir meno del rapporto con i volontari e di servizi caritativi nei confronti di migliaia di poveri e beneficiari dei servizi Caritas. Don Baldi pensa che fattori di carattere formale e burocratico “potrebbero aver aumentato le tensioni e le incomprensioni” con le istituzioni. Tutti elementi che si spera possano essere chiariti e risolti in futuro. “Mantenere un livello di attenzione e delicatezza in Paesi in cui non c’è una importante tradizione cristiana è importante”, sottolinea.

La comunità cattolica in Algeria è costituita soprattutto da lavoratori stranieri, in particolare del settore petrolifero, e giovani studenti dell’Africa sub-sahariana, attirati dalle borse di studio messe a disposizione dalle università locali. L’arcidiocesi di Algeri, di Orano e di Costantina sono sulla costa mediterranea. La diocesi di Laghouat è invece nel deserto del Sahara ed ha talmente pochi fedeli “da poter svolgere una assemblea diocesana in un pullman”, come diceva scherzando uno dei suoi vescovi.

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Authorities shut down Caritas in Algeria. Baldi (former director): “Recovering through dialogue is possible.”

The “complete and definitive” closure of Caritas headquarters in Algeria on October 1 “is neither a gesture of persecution against the Catholic Church nor is it motivated by fear of Catholic proselytism”, and “it can surely be rectified through dialogue.” “Now is the time to engage in talks with the authorities and offer to resolve the situation. Dialogue must take place always and in all cases”, said Fr Cesare Baldi, Caritas director in the years 2009 – 2019. He now serves as referent for Migrantes in the Italian city of Novara, his diocese of origin. He will be moving to France in a short time to support the Italian community in Lyon. In fact, in a statement released a few hours ago, the small Catholic Church in Algeria – 4 dioceses with about 5,000 faithful (0.01% of the population) – announced the closure of all Caritas national activities and charitable works, dedicated to the poor and migrant persons, in response to a request from the Algerian authorities. The note is signed by Monsignor Paul Desfarges, Archbishop Emeritus of Algiers and President of the Diocesan Association of Algeria, and Monsignor Jean-Paul Vesco, Archbishop of Algiers. They specified: “The Catholic Church remains faithful to her charitable mission at the service of brotherhood, working together with all people of good will. We wish to “thank all the people who have contributed over the years and in different ways to ensure the success of this service for the most vulnerable and for all the people of Algeria.”

The closure is bound to have a serious impact on the reality of Caritas in Algeria because it means firing staff, ending the relations with volunteer workers and ending charitable activity for thousands of poor people and beneficiaries of Caritas services. For Fr Baldi, formal and bureaucratic factors “may have exacerbated tensions and misunderstandings” with the institutions. Hopefully, these issues can be clarified and resolved in the near future. “Maintaining a level of attention and sensitivity in countries where there is no major Christian tradition is important,” he emphasised.

The Catholic community in Algeria is made up mostly of expatriate workers, especially in the oil sector, and young students from sub-Saharan Africa, attracted by scholarships awarded by local universities. The archdioceses of Algiers, Oran and Constantine are situated along the Mediterranean coast. The diocese of Laghouat, however, is in the Sahara desert and has so few faithful “that it could hold a diocesan assembly in a bus”, as one of its bishops used to say as a joke.

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Congresso eucaristico nazionale: mons. Caiazzo, “la presenza del Papa a Matera è stato e rimarrà un momento storico”

“La presenza del Papa a Matera è stato e rimarrà un momento storico”. Così mons. Antonio Giuseppe Caiazzo, arcivescovo di Matera-Irpina, riassume le giornate del Congresso eucaristico nazionale, durante la quale Matera è stata la “capitale” dell’Eucaristia. “Il Congresso eucaristico è stato un grazie corale, perché insieme abbiamo condiviso ogni cosa”, dice il vescovo, che a Matera per tutti è semplicemente “don Pino”. “Dobbiamo diventare lievito che fermenta la pasta”, l’indicazione di rotta per il futuro.

Mons. Caiazzo, da “padrone di casa”, quale bilancio farebbe del Congresso eucaristico nazionale?

Dobbiamo magnificare il Signore, perché sono successe grandi cose non solo per Matera e la Basilicata, ma per tutta la Chiesa italiana. Quando lo Spirito Santo, anche attraverso i suoi pastori, e ci indica la strada da percorrere, tutti siamo più fortificati.

A Matera la Chiesa ha vissuto una tappa importante, inaugurando il secondo anno del Cammino sinodale.

Forse per la prima volta il Congresso eucaristico ha ripreso il suo cammino verso la parte centrale della nostra fede: il pane, che indica l’Eucaristia, fonte e culmine di tutta la vita della Chiesa. Di giorno in giorno, qui a Matera, questa gioia eucaristica è apparsa sempre più vera e più piena. Come ha spiegato Papa Francesco, nella misura in cui contempliamo e adoriamo  Gesù Eucarestia, sapremo andare incontro ai tanti ostensori esposti da quanti vivono in solitudine, chiusi nel loro dolore o nelle loro passioni, da coloro che si sentono emarginati. È nel pane eucaristico che ci accorgiamo che Gesù è vivo e presente. Ma non dobbiamo mai dimenticarci che Gesù è nudo, è spogliato, è abbandonato, è crocifisso: anche nella Cena eucaristica si è lasciato volontariamente crocifiggere. È da lì che nasce la Chiesa.

Uno dei tratti salienti delle giornate materane è stata senz’altro l’adorazione eucaristica, con le chiese piene di giorno e di notte. È una tradizione ormai consolidata in diocesi?

Adorare Gesù è commuoversi servendo la vita, sempre e comunque, dal suo concepimento al suo morire.

Siamo preda di tante schiavitù, vecchie e nuove: non possiamo rischiare di rimanere imprigionati in un passato che non ci rende liberi. Dobbiamo guardare avanti con speranza e fiducia in Gesù, attraverso lo Spirito Santo che parla alla Chiesa. È questo che abbiamo vissuto e sperimentato qui a Matera:

il Congresso eucaristico è stato un grazie corale, perché insieme abbiamo condiviso ogni cosa. Dobbiamo diventare lievito che fermenta la pasta.

Per quanto riguarda la nostra diocesi, prima della pandemia ho voluto elevare una chiesa in pieno centro di Matera a Santuario dell’Eucaristia: chiunque voglia adorare Gesù eucaristia può recarsi lì a qualsiasi ora. Nei giorni del Cen, tutte le chiese del centro storico sono rimaste aperte giorno e notte per permettere l’adorazione eucaristica perpetua e sono state letteralmente prese d’assalto. Venerdì sera, ad esempio, non si riusciva a trovare posto nelle chiese, eppure erano tante quelle aperte. Durante la processione eucaristica, mi ha colpito molto il fatto che la gente, al passaggio di Gesù, si inginocchiasse: era da tanto che non lo vedevo accadere. Senza contare le coperte ai balconi e i tanti petali di rose sparsi anche dai bambini.

Il momento culminante del Cen è stata la presenza del Papa nella città dei Sassi: che ricordo conserva dentro di sé di quei momenti, lei che lo ha seguito e accompagnato da vicino?

La presenza del Papa a Matera è stato e rimarrà un momento storico. 31 anni dopo Giovanni Paolo II, è venuto Papa Francesco per confermarci nella fede e per confermare questi giorni che abbiamo vissuto, dandoci indicazioni ben precise. L’entusiasmo che ha scatenato la sua presenza è stato incredibile: lungo il tragitto, già alle 8.30, quando è arrivato dopo il cambio di programma che lo ha portato ad atterrare a Gioia del Colle a causa del maltempo, la gente ai bordi della strada lo acclamava chiamandolo per nome. Poi il bagno di folla allo stadio e il momento che avevo in serbo nel cuore, ma del quale non ho avuto conferma fino a quando non l’ho visto accadere sotto i miei occhi: la benedizione della Mensa dei poveri, con una folla immensa che aspettava il Santo Padre.

A Matera il Papa ha detto di sognare una Chiesa eucaristica: quale eredità comporta questa consegna per Matera e per la Chiesa italiana?

La Chiesa, se non fosse eucaristica, non sarebbe Chiesa: nel mistero dell’immolazione sulla Croce c’è la vera Eucaristia, è lì che nasce la Chiesa, dal costato di Cristo. Per vivere in maniera eucaristica ti devi spezzare, devi accogliere gli uomini, consumarti nel servizio, ascoltare con attenzione i bisogni di chi è in difficoltà.

La Chiesa non può rimanere chiusa nei propri recenti ma deve dialogare continuamente col mondo.

Perché il Signore ci parla anche attraverso il mondo, ci dice cose importanti, ma lasciandoci la nostra identità. “La Chiesa é giovane quando è sé stessa”, ci dice Papa Francesco, cioè quando è capace di ritornare continuamente alla sua fonte, che è l’Eucaristia. Matera conserva nel cuore questo sogno: insieme alla Chiesa tutta, sa che deve ritornare al gusto del pane.

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Italian elections seen by the US: “Italy is a vital ally”

(from New York) In the weeks leading up to Sunday’s elections, Italy has been under close scrutiny. The United States followed the rise of right-wing party ‘Brothers of Italy’ (Fratelli d’Italia) and its leader, Giorgia Meloni, with special attention owing to the origins of the political formation, and because of concerns linked to the implications of a populist shift affecting the Atlantic Alliance and the Biden administration. US Secretary of State Antony Blinken was the first to break the ice after election results were confirmed on Monday, when he tweeted: “We are eager to work with Italy’s government on our shared goals.” He reiterated that “Italy is a vital ally, strong democracy, and valued partner.” Yesterday afternoon, the White House press secretary clearly stated: “we will work with the new Italian government on shared global challenges, including support for Ukraine” reiterating that “Italy is a NATO ally, a G7 partner; and a member of the EU.” But Giorgia Meloni’s Brothers of Italy party did not triumph among Italians living in the United States, where the Democratic Party (PD) won the three seats up for grabs in the North American constituency.

In an article on the leader of Fratelli d’Italia, Catholic newspaper ‘Crux’ highlights her strong “Roman accent” and the fact that she identifies herself as a “conservative Catholic.” “She is an unmarried mother with a partner and a son. She firmly believes that marriage is between a man and a woman and challenges further progress in legislation concerning LGBT persons”, reads the article, with a few lines devoted to her “coalition partner Salvini, who describes himself as a Catholic who strongly disagrees, however, with Pope Francis’ position on immigration.” Crux quotes Pope Francis and his condemnation of populism, recalling his appeal to Italy and Europe “not to be misled by self-proclaimed saviours”.

“As the country’s first far-right prime minister, Meloni rejects any connection to fascism, but her party retains many of the symbols and values of Italy’s fascist past, note commentators in the United States. Small wonder, then, that the prospect of her gaining power has spooked markets and international observers alike”, writes ‘Foreign affairs’, pointing out that Meloni will need to “bolster her international credibility”, and that the long-term viability of her government “will depend on whether markets accept her leadership.”

For the New York Times “the greatest concern is not that Giorgia Meloni’s party is poised to restore fascism in Italy, whatever that means, but that a government led by her, if steadfast on certain principles, could turn Italy into an ‘electoral autocracy’ much along the lines of Viktor Orban’s Hungary.”

However, news analysis service ‘Politico’ warns against falling for the trap of “reducing the leader of ‘Fratelli d’Italia’ to simple labels like the Italian Donald Trump or Viktor Orbán or Marine Le Pen.” Instead, ‘Politico’ notes that “right-wing populism is getting smarter”, and it could inspire the agenda of many Republicans not subjugated by former President Trump. “Her combination of nationalist identity politics and transatlantic solidarity makes her a hit with American conservatives and makes her harder to isolate or dismiss,” reads the news outlet, adding that “Meloni is nationalism’s great hope, offering something leaders in Poland and Hungary cannot — leadership of a G-7 and G-20 country.”

“In fact, it would be a stretch to consider Ms Meloni, Italy’s first female premier, as a fascist”, writes the Washington Post in its editorial, which points out that that the ‘Brothers of Italy’ leader  “has dropped her admiration for Putin” and has been unstinting in backing NATO’s support for Ukraine – although the same cannot be said of her probable coalition partners in Italy’s legislature.”

The subject of Italy’s first female prime minister is echoed in ‘The Atlantic’ magazine, which quotes Hillary Clinton’s interview at the International Venice Film Festival, when she said: “The election of the first woman prime minister in a country always represents a break with the past, and that is certainly a good thing.” However, the liberal magazine also mentions the less quoted part of that interview, where she remarked on how right-wing parties can sometimes appear better at promoting women. Women like Meloni “are protected by patriarchy,” she said, “because they are often the first to support the fundamental pillars of male power and privilege.” Meloni’s party slogan—“God, Fatherland, Family”—celebrates those very pillars of power. And it came from Mussolini’s dictatorship.”

For the Wall Street Journal, Italians are eager for change and have appointed a yet ‘untested’ leader to run the country. For New York’s financial newspaper, ‘the one crucial difference is that Meloni’s coalition could be made up of conservatives who are finally allowed to lead the government, and that could be the real lesson of this election.”

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Le elezioni italiane viste dagli Usa: “L’Italia è un alleato fondamentale”

(da New York) L’Italia è stata un’osservata speciale nelle settimane che hanno preceduto le elezioni di domenica. Gli Stati Uniti hanno seguito con particolare attenzione l’ascesa del partito di destra “Fratelli d’Italia” e della sua leader, Giorgia Meloni, intrigati dalle radici della formazione politica e preoccupati per i risvolti di una svolta populista sull’Alleanza atlantica e sull’amministrazione Biden. Il segretario di Stato americano, Antony Blinken, è stato il primo a sciogliere gli indugi, dopo la conferma dei risultati lunedì, quando ha twittato: “Siamo ansiosi di lavorare con il governo italiano sui nostri obiettivi condivisi” ribadendo che “l’Italia resta un alleato fondamentale, una democrazia forte e un partner prezioso”. L’addetto stampa della Casa Bianca nel pomeriggio di ieri ha precisato che “lavoreremo con il nuovo governo italiano sulle sfide globali condivise, incluso il sostegno all’Ucraina”, ribadendo che “l’Italia è un alleato della NATO, un partner del G7; e membro dell’Ue”. Negli Stati Uniti, tra gli italiani all’estero, il primo partito non è stato però quello di Giorgia Meloni, ma il Pd che ha portato a casa i tre seggi del Nord America.

Il quotidiano cattolico “Crux” nel descrivere la leader di Fratelli d’Italia sottolinea “il forte accento romano” della sua leader e il suo identificarsi come “cattolica conservatrice”. “È una madre nubile, con un compagno e un figlio. È convinta che il matrimonio sia tra un uomo e una donna e sfida ulteriori progressi nella legislazione sulle persone Lgbt”, si legge nell’articolo, dove qualche riga è riservata al “compagno di coalizione Salvini, che si identifica come cattolico fortemente in disaccordo però con la posizione di Papa Francesco sull’immigrazione”. Crux cita Papa Francesco e la sua condanna dei populismi, ricordando l’invito all’Italia e all’Europa “di non farsi fuorviare da sedicenti salvatori”.
“Come primo presidente del Consiglio di destra del Paese, Meloni rifiuta qualsiasi legame con il fascismo anche se il suo partito, notano negli Stati Uniti, conserva ancora simboli e valori legati a quel passato italiano. Non c’è da stupirsi, quindi, che la prospettiva della conquista politica di Fratelli d’Italia abbia allarmato allo stesso modo sia i mercati che gli osservatori internazionali” dichiara la rivista di analisi politica “Foreign affairs”, spiegando che alla Meloni servirà “rafforzare la sua credibilità internazionale” e che la tenuta sul lungo periodo del suo governo “dipenderà dal fatto che i mercati siano aperti, o meno, ad accettare la sua leadership”.

Per il New York Times “la preoccupazione più pervasiva non è che il partito di Giorgia Meloni sia pronto a ripristinare fascismo in Italia e , qualunque cosa esso significhi, ma che un governo da lei guidato, se fermo su determinati principi, possa trasformare l’Italia in una “autocrazia elettorale”, sulla falsariga dell’Ungheria di Viktor Orban”.

Tuttavia il sito di analisi “Politico” mette in guardia “dalla trappola di ridurre la leader di “Fratelli d’Italia” alla versione italiana di Donald Trump o Viktor Orbán o Marine Le Pen”. “Politico” invita invece a guardare ad un “populismo di destra sempre più intelligente”, che potrebbe ispirare anche l’agenda di molti repubblicani non soggiogati dall’ex presidente Trump. “La sua combinazione di politica di identità nazionalista e solidarietà transatlantica la rende un successo con i conservatori americani e la rende più difficile da isolare o respingere”, spiega il sito, aggiungendo che “Meloni è la grande speranza del nazionalismo, perché offrirà qualcosa che i leader in Polonia e Ungheria non possono: la leadership di un paese del G-7 e del G-20”.

“In effetti, sarebbe una forzatura considerare la Meloni, prima donna premier d’Italia, come una fascista”, spiega il Washington Post nell’editoriale firmato dalla redazione, in cui evidenzia che la leader di Fratelli d’Italia “ha abbandonato la precedente ammirazione per Putin” e non ha mostrato riserve nel sostenere la Nato nell’appoggio all’Ucraina, “anche se lo stesso non si può dire dei suoi probabili partner della coalizione di governo”.

Il tema della prima donna a capo di un governo italiano è ripreso anche dal magazine “The Atlantic” che cita l’intervista di Hillary Clinton al Festival del Cinema di Venezia, quando aveva dichiarato che ‘l’elezione della prima donna primo ministro in un Paese, rappresenta sempre una rottura con il passato, e questa è sicuramente una buona cosa”. Tuttavia il magazine liberale, cita anche la parte meno citata dell’intervista alla Clinton quando diceva che i partiti di destra a volte possano apparire migliori nel promuovere le donne. Donne come Meloni “sono protette dal patriarcato, perché spesso sono le prime a sostenere i pilastri fondamentali del potere e del privilegio maschile. Lo slogan del partito di Meloni – ‘Dio, Patria, Famiglia’ – celebra proprio questi pilastri del potere. Uno slogan (di matrice mazziniana) utilizzato anche, e non solo, sotto il periodo del governo fascista di Mussolini”.
Per il Wall Street Journal gli italiani sono desiderosi di cambiamento e hanno affidato ad un leader “non ancora testato” la guida del Paese. Per il quotidiano finanziario di New York, “la differenza veramente fondamentale è che la coalizione della Meloni potrebbe essere costituita dai conservatori a cui è finalmente consentito guidare il governo, e questa potrebbe essere la vera lezione di queste elezioni”.

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Il matematico russo Arutyunov: “Prigione o diserzione, ma non combatterò contro gli ucraini”

“Io ho 34 anni e sto bene quindi sono uno di quelli che hanno ottime possibilità di ricevere la cartolina in cui si dice che il mio Paese vuole che io muoia per i suoi interessi. Sono tra quelli che potrebbero essere chiamati per primi”. Racconta così al Sir Andronick Arutyunov, docente associato di matematica dell’Istituto moscovita di fisica e tecnologia, docente alla Libera Università di Mosca e co-presidente del sindacato indipendente “Solidarietà universitaria”. Risponde tranquillo alle domande, dalla sua casa di Mosca, lucido e fiducioso. Racconta che il sindacato nei giorni scorsi ha preso una dura posizione contro la mobilitazione annunciata da Vladimir Putin: “non abbiamo il diritto di fare appelli in violazione alle leggi della Federazione Russa”, hanno scritto, “ma chiediamo a tutti: per favore rimanete umani! Non commettete crimini contro la natura umana! E ricordate che una guerra ingiusta è un crimine”. E commenta: “abbiamo buone possibilità che dopo questo ci chiudano, ma non potevamo tacere”.

Se riceverà la cartolina, che cosa farà?
È certo che non andrò mai a combattere contro l’Ucraina.

Come potrebbe evitarlo?
Ci sono tre possibilità: provare a scappare dalla Russia o nascondersi da qualche parte in questo nostro grande Paese; andare in prigione con una pena da 3 a 10 anni; oppure arruolarsi e poi disertare. Poi ci sono vie di mezzo, con tentativi di rivolgersi agli avvocati… Parlano di mobilitazione generale, ma in realtà non è così. Se non vuoi andare, si riesce a non andare. Non correranno dietro a ogni maschio per convincerlo a partire.

Fin qui che cosa ha visto succedere intorno a lei?
Uno dei miei studenti, è andato alla manifestazione del 22 settembre a Mosca contro la mobilitazione, è stato arrestato dalla polizia, e nel distretto di polizia gli hanno dato la cartolina. Ora è ancora in stato di fermo. Stiamo cercando di aiutare il padre a capire come fare per evitare che questo ragazzo, che studia all’università, debba partire. So di parecchi casi del genere.

Nelle principali città della Federazione il fine settimana è stato di nuovo teatro di proteste e di arresti contro la mobilitazione. La gente si sta ribellando, più che per l’avvio della guerra, è così?
Le proteste dei giorni scorsi sono state nelle grandi città ma anche nelle repubbliche nazionali, come il Daghestan, dove le persone hanno bloccato le strade federali. Quel che è certo è che molti che prima sostenevano la guerra hanno cambiato idea e hanno capito che non è uno scherzo. Sui social media molti dicono che la guerra va bene, ma “perché io o mio figlio o mio fratello?”

Sono le donne che scendono in piazza?
Alle manifestazioni vanno anche gli uomini ma in effetti è un problema, perché oltre a rischiare di essere picchiato e arrestato, rischi anche di ricevere la cartolina e questa è la cosa peggiore.

È vero che c’è più probabilità di ricevere la chiamata se si vive in una zona periferica della Federazione Russa?
Non ci sono dati precisi al riguardo per ora, ma è vero che nelle piccole città o in quelle delle repubbliche, sembra che ci si siano più chiamate e che questa sia diventata una guerra coloniale. Anche se Putin dice che tutte le nazionalità sono uguali nel combattere contro il nazismo in Ucraina, in effetti è una guerra coloniale, in cui la maggior parte dei soldati sono dalle periferie. Questo non succedeva nelle guerre precedenti, nemmeno in Cecenia o Afghanistan.

Rispetto al concetto di “parziale”, legato alla mobilitazione: quali sono i numeri reali?
Non sappiamo i veri numeri! Nel decreto pubblicato da Putin c’erano diversi articoli ma non si parlava di numeri; ci sono degli articoli che sono rimasti secretati e sono quelli riguardo ai numeri. ll ministro della difesa Sergei Shoigu ha detto che saranno chiamate 300mila persone, ma non ci sono documenti che attestino alcunché. Io penso che manderanno molte più di 300mila lettere ma quante persone veramente partiranno non si sa. Il governo russo non è come quelli europei: qui nessuno capisce bene che cosa succede. Alla fine magari arruoleranno molte meno persone, ma nessuno sa che cosa veramente succederà. Certo molti stanno lasciando la Russia. E chi voleva andare a combattere è già partito.

Ma allora chi parte adesso?
Idioti che non sanno come evitare la chiamata, cinquantenni che non hanno un lavoro o una vita dignitosa. Così si farà di nuovo un grande esercito? Certamente no. Raccoglieranno tutto “materiale difettoso”.

Le proteste di questi giorni stanno avendo un effetto?
Tutte le proteste hanno effetto: innanzitutto perché la gente si accorge di non essere da sola e questo è importantissimo. I russi sono individualisti, hanno pochi amici. E quindi vedere che ci sono tante persone che la pensano come te ha un effetto positivo. Se avrà anche un effetto politico, è difficile da dire. Ci sono delle crepe anche nella polizia russa che non è più così forte come un anno fa. Se le proteste avranno la forza di prevalere non so, ma prima o poi avverrà. Il governo russo non è più così forte, non ha troppe persone leali. E lo dimostrano le elezioni comunali di Mosca dell’11 settembre: hanno votato il 10% degli elettori. Significa che la maggior parte delle persone non vuole avere niente a che fare con il governo quindi non sono leali al governo. Vado in giro tutti giorni e non vedo macchine con la “Z”, se non molto raramente. Dopo l’annessione della Crimea ce n’erano tante. Ora no.

Quanto la sentite reale voi la minaccia nucleare di Vladimir Putin?
La Russia ha nella sua storia l’esperienza di Chernobyl. Non sento nessuno dire che le armi nucleari sarebbero un buon modo per risolvere le cose. C’è una grande paura di una guerra nucleare. Io credo nel meglio e quindi credo che se Putin schiaccerà il bottone rosso, magari lo farà anche Shoigu e forse anche il capo di stato maggiore Valerij Gerasimov. Ma gli ufficiali che dovranno concretamente far partire le testate non lo faranno, perché hanno figli, mogli. Io credo nel meglio.

E che effetto fanno a lei le parole del Patriarca Kirill che invita ad arruolarsi e garantisce il paradiso?
Io non sono credente, ma da osservatore esterno mi sembra che nemmeno i fedeli della Chiesa ortodossa lo considerino molto e non c’è dubbio che in questo modo lavora per Putin e per il governo russo.

La vita sta diventando dura per le sanzioni?
Tutto è più caro, a volte del doppio o del triplo, c’è molta meno scelta, alcune cose non si trovano più, come la Coca-Cola, ma non direi che la situazione nei negozi è disastrosa. Certo le persone si stanno impoverendo.

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Russian mathematician Arutyunov: “Prison or defection: I will not fight the Ukrainians”

“I am 34 years old and in good health, therefore I am among those who stand a very good chance of receiving a conscription notice because my country wants me to die for its interests. I am among those who might be called first”, said Andronick Arutyunov, Associate Professor of Mathematics at the Moscow Institute of Physics and Technology, lecturer at the Free University of Moscow and co-president of the independent trade union ‘University Solidarity’, interviewed by SIR.  He replied to our questions from his home in Moscow calmly, clear-headed and confident. He told us the trade union recently adopted a firm stance against the mobilisation announced by Vladimir Putin: “We are not allowed to launch appeals contrary to the laws of the Russian Federation”, they write in their statement, “but we urge everyone to please remain human! Do not commit crimes against human nature! And remember that an unjust war is a crime.” He remarked: “It is very likely that we will be forced to shut down after this, but we could not remain silent.”

Should you be summoned for military enlistment what will you do?

For sure, I will never go and fight against Ukraine.

How could you avoid it?

There are three possibilities: either try to escape from Russia or go into hiding somewhere in this big country; go to prison with a sentence of three to ten years; or enlist and then desert. But there are also intermediate options, involving turning to legal counsel… They talk about general mobilisation, but that’s not what it really is. Those who don’t want to go, manage not to go. They will not run after every male citizens to convince him to go.

What has happened around you so far?

One of my students went to the 22 September demonstration against mobilisation in Moscow, he was arrested by the police, and at the police station he was handed a summons to enlist. He is still in custody. We are trying to help his father find ways to prevent this young man, a university student, from having to enlist. I know of several such cases.

The weekend saw protests and arrests against mobilisation across the Federation’s major cities. People are starting to rebel, more so than at the start of the war. Is that the case?

There have been protests over the past few days in the big cities but also in the national Republics, such as Dagestan, where protesters blockaded Federal routes.

For sure, many people who previously supported the war have changed their minds, they realised how serious it is.

On social media, many people are saying that war is OK, but “why me or my son or my brother?”

Is it women who are taking to the streets?

Men also take to the streets, but it’s problematic because in addition to the risk of being beaten and arrested, they risk receiving a summons to enlist, which is worse.

Is it true that men living in a suburban area of the Russian Federation are more likely to be summoned?

No exact data on this are available yet, but it’s true that a higher number of young men have been conscripted in small towns or republics, and that this seems to have turned into a colonial war.

Although Putin says that all nationalities are equal in the fight against Nazism in Ukraine, it is in fact a colonial war,

where most soldiers were recruited in peripheral regions. This did not happen in previous wars, not even in Chechnya or Afghanistan.

With regard to the concept of “partial “, linked to mobilisation: what are the real numbers?

We don’t know the real numbers! The legislative decree published by Putin contained several articles, but there was no mention of numbers. Some of those articles have been classified and they concern numbers. Defence Minister Sergei Shoigu said that Russia would draft 300,000 people, but there are no documents to back it up. I believe they will summon over 300,000 for military enlistment, but there is no information on the number of people who will be actually enlisted. The Russian government is not like the European ones: here no one really understands what is going on. Ultimately, they might send off to war fewer people, but no one knows what will really happen. Many people are leaving Russia. And those who wanted to go and fight have already left.

So who is being recruited now?

Idiots who don’t know how to avoid conscription, 50-year-olds without a job or a dignified life. Is this how a great army is going to be created? Definitely not. They are collecting the “flawed material.”

Will the recent protests have an impact?

All protests have an impact. First of all, because people realise that they are not alone and this is very important. Russians are individualists, they have very few friends. Seeing that there are so many like-minded persons has a positive impact. Whether it will also have a political impact is hard to say. Likewise, the Russian police are not as powerful as they were a year ago. I don’t know if the protests will be strong enough to get the upper hand, but sooner or later it will happen.

The Russian government is not as powerful as it used to be, only few have remained loyal to it.

Moscow’s municipal elections of September 11 were proof of this: the turnout was 10%. It means that most people want nothing to do with the government, and therefore are not loyal to the government. I take a walk every day and I don’t see cars with a ‘Z’ except very rarely. Many could be seen after the annexation of Crimea. Not anymore.

Do you think Vladimir Putin’s threat of using nuclear weapons should be taken seriously?

Russia experienced the Chernobyl disaster. And I don’t hear anyone claim that nuclear weapons would be a good way to solve things. There is a great fear of a nuclear war. I do believe in the best and so I believe that if Putin hits the red button, maybe Shoigu and perhaps Chief of Staff Valery Gerasimov will too. But those officers required to launch the warheads will not, because they have children, wives. I believe in the best.

How do you feel about Patriarch Kirill’s support to military call-up and his promise of paradise?

I am not a believer, and as an external observer it seems to me that the faithful of the Orthodox Church do not think much of him either. By acting this way there is no doubt that he is working for Putin and for the Russian government.

Are the sanctions making everyday life more difficult?

All items became more expensive, sometimes two or three times more than the original price. There are fewer products to choose from, some things are no longer available, like Coca-Cola, but I wouldn’t say that the situation in the shops is disastrous. Of course people are getting poorer.

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Elezioni politiche. Affermazione di FdI, ma su tutto c’è l’ombra dell’astensionismo più alto di sempre

Balzo dell’astensionismo, che aumenta di 9 punti rispetto al 2018; affermazione eclatante di Fratelli d’Italia che consente alla coalizione di centro-destra di conquistare la maggioranza dei seggi e quindi di puntare al governo; conferma dell’estrema volatilità dei consensi elettorali tra una tornata e l’altra. Questi gli elementi principali che emergono dal voto del 25 settembre. Il partito guidato da Giorgia Meloni ottiene il 26,4% rispetto all’8,79% della Lega e all’8,11% di Forza Italia, con Noi Moderati allo 0,91% (dati relativi alla Camera quando mancano poche sezioni da scrutinare). Un esito che riconfigura profondamente gli equilibri della coalizione, tanto che non pochi commentatori osservano che bisognerebbe parlare di destra-centro e non di centro-destra. Il totale della coalizione è pari al 43,81%, ma in virtù dell’effetto maggioritario del sistema elettorale (nei collegi uninominali questa aggregazione fa quasi il pieno) FdI e i suoi alleati ottengono la maggioranza assoluta dei seggi sia alla Camera sia al Senato.
Nella coalizione di centro-sinistra il Pd ha ricevuto il 19,09%, l’alleanza Verdi-Sinistra il 3,63%, +Europa il 2,83%, Impegno civico (Di Maio) lo 0,60%, per un totale di 26,16%. Il Movimento 5 Stelle ha ottenuto il 15,39% e Azione-Italia viva il 7,78%. Non coalizzati e sotto la soglia di sbarramento Italexit, Unione popolare con De Magistris e Italia sovrana e popolare, rimasti al di sotto del 2%. Il confronto con le precedenti elezioni politiche mostra in modo vistoso la rapidità e la profondità dei cambiamenti nelle scelte dell’elettorato. Nel 2018 FdI aveva il 4,3% dei suffragi, la Lega il 17,4 (e nelle europee del 2019 era arrivata al 34,3%), Forza Italia il 14%, il M5S il 32,7%. Azione non esisteva. Stabile il Pd che aveva il 18,7.

Ma su tutto c’è l’ombra dell’astensionismo più alto di sempre. È andato alle urne il 63,91% degli aventi diritto. In altre parole più di un elettore su tre non ha votato.

Se si calcolassero le percentuali sull’intero corpo elettorale, il partito di gran lunga più votato (FdI) sarebbe intorno al 14% e il secondo (il Pd) al 10%. La coalizione vincente, che pure ha il diritto di governare perché siamo in una democrazia rappresentativa, ha ricevuto i consensi di meno di un quarto dei potenziali elettori. E di questo non si può non tenere conto. C’è da lavorare molto per ricostruire le condizioni della partecipazione. Come recita l’articolo 3 della Costituzione, “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Resta da capire chi concretamente metterà mano a questa impresa decisiva per il Paese.

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Politica: “Il nuovo Governo metta al centro la natalità”

Ci sono temi che vanno al di là delle ideologie. Ci sono argomenti che nonostante l’avvicendarsi dei partiti al Governo hanno una loro forza intrinseca perché riguardano non solo una parte, ma tutto il Paese. Temi oserei dire istituzionali che seguono un’inerzia politica indipendentemente dal presidente del Consiglio. Mi riferisco alla politica estera, alla difesa, alla valorizzazione del made in Italy nel mondo. Credo che di diritto debba entrare nel novero di queste questioni anche la natalità. La nuova questione sociale che, per troppo tempo, abbiamo considerato un affare secondario. Così come c’è una notizia che non troverete mai sulle prime pagine dei giornali. Tra le elezioni, la guerra, la pandemia, l’inflazione, l’inquinamento e la cronaca nera, nel 2021, abbiamo perso circa trecentomila italiani. Trecentonovemilaseicentrotrentacinque per la precisione. Sì, proprio così: perché lo scorso anno sono morte 709.035 persone, ma ne sono nate appena 399.431. Scherzando e ridendo abbiamo perso una città come Bari. L’anno prima, in un silenzio ancora più assordante, complice il Covid, il saldo morti/nati era stato di circa -350mila persone. Una città come Firenze.
Nei giorni scorsi sono usciti alcuni dati Istat ancora più sconfortanti per quanto riguarda questo 2022. Si prevede, infatti, che avremo appena 385.000 nuovi nati. Un crollo ulteriore. E faccio una previsione, la metto anche per iscritto (“scripta manent”): se non si fa nulla per interrompere questa spirale nel 2023 avremo ancora meno nascite.I vari demografi, anche se nelle chiacchierate che facciamo sono molto espliciti, molte cose non le possono dire pubblicamente. Giustamente loro si attengono ai numeri e fanno parlare i numeri. Raramente si avventurano in previsioni politiche. E allora proviamo a farle: sapete cosa accadrà se proseguiremo in questo modo? Sapete cosa succederà se non cambia il trend demografico?
1. Crollerà il Pil.
Sì, il tanto sbandierato Pil rischierà di diminuire ancora di più: demografia ed economia sono collegate tra di loro.
2. Crollerà il welfare.
Prendendo in considerazione il welfare state nel suo complesso, nel 2018 la spesa sociale italiana ha mobilitato risorse pari a 493,5 miliardi. Nel 2021 questo fabbisogno ha raggiunto 632 miliardi. “La questione demografica è la prima urgenza da affrontare per la sostenibilità del debito pubblico”. Non lo dico io, lo dice il Cnel. Quindi avremo un Paese dove i fragili saranno meno tutelati.
3. Crollerà il sistema pensionistico.
Avremo una popolazione sempre più anziana e sempre meno lavoratori. Quindi avremo un Paese dove le giovani generazioni potrebbero non avere alcuna pensione o, comunque, le pensioni saranno talmente basse da non permettere una vita dignitosa dopo anni e anni di lavoro.
4. Crollerà il Sistema sanitario nazionale. O meglio diventerà a pagamento.
Oggi il Sistema sanitario nazionale si sostiene attraverso i cittadini che pagano le tasse (in proporzione al proprio reddito) e con il pagamento dei ticket relativi alle prestazioni sanitarie da parte di chi non ha diritto all’esenzione.
Ma domani? Se diminuiscono i lavoratori (se non riparte la natalità, ci saranno meno persone che lavorano e, quindi, meno persone pagheranno le tasse) riusciremo a rendere sostenibile il meccanismo? Aggiungiamo al tutto anche un altro fattore: secondo le stime attuali il numero di anziani non autosufficienti raddoppierà fino a quasi 5 milioni entro il 2030.
5. Crollerà il valore delle nostre case pagate – o che stiamo pagando – faticosamente con mutui trentennali. Il loro valore dopo tanti sacrifici si dimezzerà. Perché se non nascono più bambini le città si spopolano e la presenza di una quantità maggiore di immobili ne depaupera il valore.
E si potrebbe continuare… Purtroppo non è terrorismo. È solo constatazione della realtà, quello che tutti sanno, ma che in pochi hanno il coraggio di dire perché in fondo ci si aspetta che tanto qualcosa alla fine cambi. Tanto poi, alla fine la situazione si sistema.
E invece no, la situazione non si sistema più.

Occorre che il nuovo Governo metta al centro la natalità perché, come abbiamo visto, tocca numerosi e importanti aspetti della vita delle persone e del futuro del nostro Paese.

Non si tratta di un tema “cattolico”, ma di un tema economico, sociale, culturale, ambientale, che riguarda tutti.
Urge un commissario per la natalità che abbia un grande peso politico e che lavori gomito a gomito con il prossimo ministro dell’Economia per fronteggiare e vincere questo inverno demografico investendo risorse sulle giovani coppie e sulle famiglie con figli.
Catone, il celebre senatore romano, ripeteva come un mantra “Carthago delenda est”. Anche noi abbiamo la nostra sfida da vincere. Anche noi abbiamo il nostro nemico. Si chiama inverno demografico. E non è solo una partita da giocare, ma anche da vincere. Non ci sono altre possibilità. Ne va del futuro del nostro Paese. Ne va della possibilità di vivere una vita dignitosa per i nostri figli.

* Presidente del Forum nazionale delle associazioni familiari e della Fondazione per la natalità

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Economia indebitata. Sciarrone (Università Cattolica): “Affrontare subito il rischio usura”

Chiunque uscirà vincitore dal giudizio elettorale avrà di fronte una lunga lista di priorità, tutte imprescindibili. Si va dal caro energia all’inflazione galoppante, passando per un’economia azzoppata da due anni di pandemia e uno scenario internazionale surriscaldato dalla guerra alle porte dell’Europa. Ma nell’elenco andrebbe inserito anche il rischio che migliaia di persone fragili possano cadere nelle mani della criminalità organizzata. Per Antonella Sciarrone Alibrandi, direttrice dell’Osservatorio sul debito privato e prorettrice dell’Università Cattolica, il pericolo che le persone indebitate si rivolgano al giro dell’usura andrebbe affrontato subito puntando sulla prevenzione e sulla rete del credito legale.

Professoressa, i vincitori delle elezioni che scenario hanno di fronte?
Il rincaro delle bollette e delle materie prime è un problema enorme. Inoltre ha ricominciato a crescere il costo del denaro insieme all’inflazione. Tutto ciò rappresenta un quadro congiunturale peggiorato, caratterizzato da una grandissima instabilità. Questi segnali colpiscono tutti ma in misura maggiore coloro che hanno modeste entrate fisse come i pensionati e i piccoli imprenditori che subiscono due volte il rincaro delle bollette.

Il rischio crescente è che una fetta di popolazione sempre più ampia si ritrovi in una condizione di incapacità di soddisfacimento dei bisogni. Questo preoccupa perché incide sul pericolo del sovraindebitamento che è un tema fondamentale su cui bisognerebbe interrogarsi di più.

Oggi più che mai è importante assicurare accesso al credito ma chi eroga il credito, cioè le banche e le finanziarie, deve valutare con attenzione il soggetto che ha di fronte, cercando di capire se sarà in grado di far fronte ai debiti che sta contraendo oppure no.

Nel frattempo la Bce ha aumentato i tassi che comporteranno un aumento del costo del denaro. Questo non complica la situazione?
Le principali banche centrali hanno deciso dopo tanto tempo di aumentare i tassi. Si tratta indubbiamente di un ulteriore elemento di complicazione. La situazione in cui il Paese si trova in questo momento richiede molto impegno.

Per evitare il rischio di un diffuso sovraindebitamento, in questo periodo, ci vuole attenzione a erogare nuovo credito in modo oculato e sostenibile.

Ma è anche fondamentale aiutare chi è già indebitato e incorre in un peggioramento della propria situazione a gestire le nuove difficoltà: bisogna

educare a usare bene gli strumenti anche normativi che già esistono e riguardano la gestione del sovraindebitamento,

vale a dire, delle soluzioni concordate, che danno più tempo ai debitori ma allo stesso tempo ai creditori offrono la sicurezza di essere ripagati.

Chi non riceve liquidità dalle banche si rivolge poi alla criminalità organizzata?
Questo è il principale problema. Bisogna fare di più su questo aspetto perché, in periodi come questi, in cui tante persone che non sarebbero state classificate come vulnerabili dal punto di vista socio-economico si ritrovano in gravi difficoltà, il rischio fortissimo è che si faccia largo il crimine.

Negli ultimi anni, la criminalità organizzata presta denaro all’inizio senza interessi per poi farsi cedere, quando in seguito il debitore non sarà in grado di restituire il prestito, la proprietà di un bene o la co-titolarità dell’azienda. Sono meccanismi diversi rispetto al passato, con cui la criminalità avvolge con un abbraccio mortale le persone in difficoltà. Su questa situazione bisogna intervenire senza indugio.

È una sfida di fronte alla quale chi governerà non potrà tirarsi indietro. Metterei fra le prime priorità del nuovo governo un intervento serio per prevenire che le persone indebitate si rivolgano alla criminalità che pratica l’usura. Una volta che la criminalità si allarga, contrastarla diventa molto difficile.

Se la ramificazione della criminalità si allarga in questo modo il problema non è più solo sociale ma anche culturale?
Bisognerebbe educare di più le persone a distinguere ciò per cui vale la pena indebitarsi. Per evitare che l’indebitamento non corrisponda alla propria situazione reddituale e patrimoniale, occorre che sia fatta una maggiore prevenzione tramite una educazione sul debito.

Si parla spesso della necessità di fare educazione finanziaria ma questa non dovrebbe essere limitata alla conoscenza del significato di alcuni termini economico-finanziari ma allargata alla consapevolezza della propria condizione economico-finanziaria presente e prospettica.

La cronaca degli ultimi giorni riporta già dei numeri impressionanti: si contano oltre 200mila pensioni pignorate.
Il dato è molto significativo perché il pignoramento della pensione è l’esito dell’inadempimento di debiti assunti in precedenza. Data questa situazione e per fronteggiare la crescita del costo della vita, siamo stati fra i sostenitori di una modifica normativa che ha innalzato la quota di pensione non pignorabile. La misura è stata da poco introdotta grazie a un emendamento al decreto aiuti bis che alza da 700 a mille euro la soglia sotto la quale non si può pignorare la pensione.

L’Osservatorio sul debito privato è nato da poco, che obiettivi ha?
L’Osservatorio ha una prospettiva ampia. Ci siamo resi conto che negli ultimi anni in Italia è cresciuto il numero di persone che, per svariate ragioni, assumono debiti in maniera superiore alle possibilità di restituzione.

La crescita di indebitamento privato è un fenomeno rischioso a livello sociale

perché in molti casi degenera in sovraindebitamento e in una spirale che può portare all’usura. Perciò, l’Università Cattolica ha voluto istituire un Osservatorio con competenze multidisciplinari che possa essere un centro di riferimento in questo campo e un interlocutore per le istituzioni.

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Ue: una persona su 5 a rischio povertà. L’allarme di Caritas Europa: “Urgente fare di più”

Un abitante su cinque dell’Ue è a rischio di povertà o esclusione sociale: è la fotografia allarmante che Eurostat, l’ufficio statistico della Commissione europea, ha rilanciato qualche giorno fa, sui dati del 2021. Significa che 95,4 milioni di persone, cioè il 21,7% della popolazione, vive in una famiglia in difficoltà o sul filo del rasoio: 73,7 milioni a rischio di povertà, 27 milioni gravemente svantaggiate dal punto di vista materiale e sociale. Tra quei 95,4 milioni di persone, 29,3 milioni vivono in una famiglia a bassa intensità di lavoro. Abbiamo cercato un riscontro a questi dati in una intervista con Maria Nyman, segretario generale di Caritas Europa, la rete continentale delle associazioni Caritas, istituzione della Chiesa cattolica che si spende sul territorio per rispondere ai bisogni dei poveri e degli emarginati. Caritas Europa con 49 organizzazioni associate in 46 Paesi del continente europeo lavora con persone di tutte le fedi per contrastare ogni tipo di esclusione sociale.

(Foto Caritas Europa)

Il quadro tracciato da Eurostat è allarmante: che cosa ne pensa?L’esperienza sul terreno delle nostre Caritas e delle persone con cui lavoriamo conferma questa immagine. Già con la pandemia il numero di persone che si sono rivolte agli sportelli Caritas è cresciuto e anche molto. Persone che hanno perso il lavoro e che mai avrebbero immaginato di rivolgersi a un servizio come la Caritas si sono ritrovate in situazioni tali da non riuscire a coprire le spese della famiglia. Cruciale è stata la questione delle protezioni sociali: molte persone non avevano reti di sicurezza necessarie per affrontare una tale situazione, perché fuori dal mercato del lavoro regolare, perché “irregolari”, o perché salariate ma con stipendi troppo bassi. Nel 2020 le misure adottate dai governi e a livello europeo, a partire dal Sure (Strumento europeo per il contrasto alla disoccupazione durante l’emergenza – ndr) e dalla sospensione del Patto di stabilità, hanno mitigato l’aumento della povertà.

Ma le prospettive sono tutt’altro che rosee: lo verificate anche voi?
Sì, quello che vediamo ora con l’aumento dei prezzi dell’energia, mostra un alto rischio che la situazione si esacerbi e che i trend che abbiamo sotto gli occhi adesso durino a lungo. Stiamo cercando di monitorare come questi aumenti dei costi impatteranno sulle situazioni perché il rischio è che la fetta di popolazione povera cresca ulteriormente. E ci accorgiamo anche che le Caritas stesse per riuscire a sostenere l’aumento delle richieste di aiuto, devono poter ricevere a loro volta il sostegno necessario.

A livello europeo voi come operate?
Noi cerchiamo di lavorare nell’ambito della advocacy: da un lato mostrando la realtà delle persone, le esperienze, e dall’altra cercando di fare pressione per avere risposte che affrontino questi temi. Per esempio, siamo in un momento molto importante della direttiva sui salari minimi: è finalmente in dirittura d’arrivo l’elaborazione di una proposta e questa sarà cruciale nell’affrontare la questione della povertà e in particolare delle famiglie di lavoratori poveri. Sull’altra dimensione importante, quella delle protezioni sociali, stiamo lavorando insieme ad altre organizzazioni per arrivare ad avere una direttiva sul reddito minimo, che assicuri che in tutta Europa le persone fuori dal mondo del lavoro riescano comunque a coprire i bisogni di base per se stesse e la propria famiglia. La questione delle protezioni sociali è forse quella in cui occorrerebbe investire di più adesso per affrontare la povertà crescente. Un altro aspetto importante sarebbe quello di maggiori investimenti nell’edilizia sociale di qualità e in quantità sufficiente.

Lei percepisce un’adeguata attenzione al tema povertà da parte delle istituzioni europee?
Molte iniziative sono state prese: oltre alle iniziative legislative che ho citato, c’è stato ad esempio l’impegno politico con la “garanzia infanzia” e anche la messa a disposizione di strumenti di finanziamento (come il Fondo sociale europeo o il Fead, Fondo aiuti per gli indigenti). Vorremmo però vedere un impegno ancora maggiore. Il target che l’Ue e gli Stati membri stanno ponendo è insufficiente per mettere fine alla povertà entro il 2030: per raggiungere l’obiettivo di sviluppo del millennio dovremmo vedere una riduzione del 50%, ma al momento siamo ben lontani da quell’obiettivo come Ue, anzi la povertà è in crescita in molti Paesi.

Che cosa dovrebbero fare i Paesi europei?
Occorre affrontare le cause profonde della povertà e noi pensiamo che là dove si investe sull’inclusività sociale e sull’istruzione o sulla non discriminazione si fa un lavoro che aiuta a uscire dalla povertà. Ogni situazione nazionale ha le sue specificità, dà le sue risposte e ha le sue responsabilità. Noi come Caritas cerchiamo di assumerci le nostre e fare del nostro meglio sul terreno; a livello europeo, cerchiamo di far sentire la voce delle persone in difficoltà.

Voi come Caritas Europa siete soli o avete compagni di strada affidabili?
Siamo una rete di provider di servizi sociali attivi a livello europeo, sia confessionali che non confessionali (Eurodiaconia, Croce Rossa, associazioni che si occupano degli anziani, dei senzatetto…) e tutte le volte che può servire alla causa, cerchiamo di lavorare insieme in partenariato e parlare all’unisono. C’è una collaborazione molto buona perché tutti sperimentiamo le stesse cose e vediamo il bisogno di investire in servizi sociali e di mettere i più esclusi al centro di ogni decisione che viene presa a livello nazionale ed europeo.

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EU: one in five people at risk of poverty. The cry of alarm of Caritas Europe: “It is urgent to do more”

Over one fifth of the EU population were at risk of poverty or social exclusion in 2021. The alarming situation was reported a few days ago by Eurostat, the statistical office of the European Commission. It means that 95.4 million people, i.e. 21.7 % of the population, lived in households experiencing poverty or on the brink of poverty: a total of 73.7 million were at risk of poverty, while 27.0 million were severely materially and socially deprived. Among those 95.4 million people, 29.3 million lived in a household with low work intensity. SIR interviewed Maria Nyman, secretary-general of Caritas Europe, the European Caritas network, an institution of the Catholic Church that responds to the needs of the poor and marginalised locally. With its 49 member organisations in 46 countries on the European continent, Caritas Europe reaches out to people of all faiths to contrast all forms of social exclusion.

The picture painted by Eurostat is alarming: what is your opinion?

The practical experience of our Caritas centres and the people we work with confirm this picture. The number of people turning to Caritas help desks had already soared during the pandemic.  People who lost their jobs and would never have imagined contacting Caritas for help suddenly faced the prospect of not being able to cover household expenses. The issue of social security played a critical role: many people lacked the safety nets needed to cope with such a situation, either because they were not in the regular labour market, because they were in irregular work, or because their wages were too low. Measures taken by governments and at EU level, starting with the Temporary Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency (SURE, ed.’s note), along with the suspension of the Stability Pact, mitigated the rise in poverty.

But the prospects are far from rosy: are you seeing this too?

We are. The current situation marked by rising energy prices presents a high risk of escalating and the trends we are seeing now could last for a long time.

We are monitoring the impact that these rising costs will have on individual circumstances, for the risk is that the poor segment of the population will further increase.

We also realise that even Caritas agencies need to receive the necessary support if they are to successfully cope with increasing requests for help.

How is your activity carried out at EU level?

We try to do advocacy work: by showing people’s actual situation, experiences, and by lobbying for answers that address these issues. For example, we reached a very important stage of the minimum wage directive, finally a proposal is in the pipeline and it will be crucial to tackling poverty and in particular the problem of the working poor. Regarding the other important aspect, namely social protection, we have been working together with other organisations to obtain a minimum income directive, which will ensure that unemployed people throughout Europe will nevertheless manage to cover basic needs for themselves and their families. Social protection is perhaps the area requiring greater investments in order to successfully respond to growing poverty. Another important aspect involves increased investments in high-quality social housing in sufficient numbers.

Can you perceive sufficient attention to the issue of poverty on the part of the European institutions?

Many initiatives have been taken. In addition to the above-mentioned legislative initiatives, political commitments have also been made in the form of the ‘Child guarantee’ initiative and the availability of funding instruments (such as the European Social Fund or FEAD, the Fund for Aid to the Most Deprived).

But we would like to see an even greater commitment. The target set by the EU and the Member States is insufficient to end poverty by 2030:

in order to meet the Millennium Development Goal we should be looking at a 50% reduction, but at the moment the EU is far from that target, in fact poverty is on the rise in many countries.

What should European countries do?

It is necessary to address the root causes of poverty, and we believe that investing in social inclusion and in education or in non-discrimination helps to lift people out of poverty. Every country has its own particular situation, its responses and its responsibilities. As Caritas we try to assume ours and do our best efforts on the ground; at EU level, our commitment is to make sure that the voices of people facing difficulties will be heard.

As Caritas Europe, are you alone or can you rely on trusted partners?

We are a network of social service providers active at the European level, faith-based as well as non-denominational (Eurodiaconia, Red Cross, voluntary organisations that care for the elderly, the homeless…) and whenever it can serve the cause, we try to work together in partnership and talk in unison. We collaborate well together, because we all experience the same things and we see the need to invest in social services and put the most excluded at the centre of every decision that is made at national and European level.

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